
E così si ritroveranno ancora una volta qui, all’ombra complice e sbiadita dei palazzi romani, il 15 e il 16 settembre. Lo ha sussurrato l’emittente israeliana Khan, con quella freddezza burocratica che ormai accompagna le tragedie del nostro tempo, e la notizia è rimbalzata tra le agenzie come l’ennesimo capitolo di una farsa infinita. Un nuovo “round” di negoziati con Israele. Lo chiamano “round”, come se fosse un incontro di boxe, un gioco sportivo regolato da gentiluomini in guantoni, e non una spietata partita a scacchi giocata sulla pelle, sulla carne, sul sangue di esseri umani.
Roma si prepara a fare da palcoscenico, a indossare la maschera della neutralità diplomatica, a offrire i suoi salotti felpati a uomini in giacca e cravatta che stringeranno mani invisibili davanti ai fotografi, mentre a pochi cieli di distanza le bombe continuano a squarciare il silenzio e la terra trema.
Che cosa sperano di ottenere in quarantott’ore di sussurri e veti incrociati? La pace? Ma non fatemi ridere! La pace non si fa con i protocolli firmati nei palazzi del potere romano, mentre fuori la storia brucia. Da una parte c’è Israele, un Paese asserragliato nella sua fortezza di solitudine, ferito, furioso, guidato da un’ostinazione che confina con l’autodistruzione. Dall’altra, un groviglio di controparti e mediatori che troppo spesso dimenticano il valore della dignità e della libertà, barattandole con la convenienza del momento.
La diplomazia dei “round” è l’oppio dei popoli moderni, l’illusione ottica con cui i potenti addormentano le coscienze dell’Occidente pigro, vigliacco, incapace di prendere una posizione, terrorizzato dall’idea di guardare in faccia la verità. Ci siederemo a guardare le macchine blu che sfrecciano verso i ministeri, conteremo i sorrisi di circostanza dei portavoce, ascolteremo le solite formule stereotipate: “I colloqui sono stati costruttivi”, “Si registrano passi avanti”. Bugie. Menzogne legalizzate.
La verità è che questo appuntamento romano del 15 e 16 settembre non è che l’ennesimo palcoscenico del nostro declino morale. Si negozia quando si ha il coraggio di cedere qualcosa o la forza di imporre una svolta. Ma qui nessuno vuole cedere, e nessuno ha la forza di imporre la fine dell’orrore. Ci resta solo la cronaca di un incontro annunciato, l’eco di una radio israeliana che lancia un lampo nel buio, e il silenzio complice di una Roma che accoglie tutti, stringe le spalle e aspetta che la tempesta passi, finta spettatrice di un’apocalisse che invece ci riguarda tutti. Tutti quanti.
Giuseppe Basilico

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