
L’aggressione subita da Nazzareno Tazzi non è soltanto l’ennesimo episodio di violenza. È la fotografia di una Milano nella quale chiedere di non sputare, bestemmiare e insultare davanti ai bambini può essere sufficiente per ricevere un tirapugni in faccia. Una città dove una domenica pomeriggio al parco, tra famiglie e anziani, può trasformarsi in un regolamento di conti perché un adulto ha provato a ricordare a un gruppo di ragazzi l’esistenza delle più elementari regole di convivenza.
Milano è diventata Maranzopoli. Non perché ogni giovane con un certo modo di vestire sia un criminale, ma perché la cultura della prepotenza ha conquistato uno spazio crescente nella vita quotidiana. Gruppi che occupano piazze, parchi, mezzi pubblici e stazioni; insulti, minacce e aggressioni vissuti come dimostrazioni di forza; armi improprie portate addosso con disinvoltura. Il messaggio che passa è devastante: chi urla, minaccia e colpisce detta le regole, mentre le persone perbene devono abbassare lo sguardo, cambiare strada e sperare di non essere scelte come bersaglio.
Ancora più grave è la sensazione d’impunità. Nel racconto di Tazzi ci sono ragazzi senza documenti, senza una dimora dichiarata e senza genitori immediatamente rintracciabili. Le forze dell’ordine intervengono tempestivamente, ma si trovano a operare dentro norme e procedure che sembrano garantire soprattutto l’assenza di conseguenze immediate. Il cittadino aggredito viene contenuto per evitare un secondo scontro, mentre chi avrebbe provocato la violenza appare protetto da una sostanziale irresponsabilità. Non per colpa dei carabinieri, ai quali viene chiesto di svuotare il mare con un cucchiaino, ma di un sistema che troppo spesso disarma chi deve garantire la sicurezza.
La responsabilità politica è evidente. Per anni Milano è stata raccontata come una città naturalmente sicura, moderna e inclusiva, nella quale parlare di degrado significava alimentare paure o fare propaganda. Ogni allarme è stato minimizzato, ogni critica ricondotta a una presunta intolleranza, ogni richiesta di maggiore fermezza liquidata come nostalgia dell’ordine. Intanto le zone franche si sono moltiplicate e la paura è entrata nelle abitudini quotidiane: il telefono stretto in mano, la borsa controllata in metropolitana, il percorso cambiato la sera, il parco evitato dopo una certa ora.
Il buonismo non ha aiutato l’integrazione. Ha abbandonato i quartieri, le famiglie e anche quei giovani stranieri che studiano, lavorano e rispettano le regole, costretti a pagare il prezzo sociale delle condotte di una minoranza violenta. Continuare a nascondere il problema dietro formule rassicuranti significa alimentare proprio le tensioni che si dice di voler combattere. L’inclusione senza responsabilità non è inclusione: è la resa dello Stato e delle istituzioni davanti alla prepotenza.
Milano non può accettare che un parco per bambini diventi il territorio di chi sputa, bestemmia e gira con un tirapugni. Servono controlli continui, identificazioni effettive, responsabilizzazione delle famiglie e conseguenze concrete anche per i minorenni. Soprattutto, serve tornare a distinguere con chiarezza tra chi rispetta le regole e chi le calpesta. Perché una città che protegge più la tranquillità dell’aggressore che la libertà della vittima non è inclusiva, moderna o europea. È semplicemente Maranzopoli.
Luca Rampazzo

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