
Gli Stati Uniti tornano a colpire Teheran. Trump sentenzia l’apocalisse di una teocrazia: «È una nazione fallita». Cronaca di un destino già scritto nelle sabbie della rabbia.
Un mese. Appena trenta giorni di un’illusoria, fragile tregua, sventolata davanti agli occhi di un Occidente che preferisce dormire anziché guardare l’abisso. Poi, puntuale come il risveglio di un cancro, il boato. Gli Stati Uniti sono tornati a colpire l’Iran. Le bombe non chiedono permesso, non firmano trattati bilaterali e non si curano delle buone maniere diplomatiche. Squarciano il cielo di Teheran con la precisione chirurgica e spietata della rabbia accumulata, riducendo in cenere le illusioni dei moderati in doppiopetto.
Dalla Casa Bianca, la voce di Donald Trump è giunta come una scure calata sul collo di un condannato. Non ha usato i bizantinismi della vecchia politica. Ha pronunciato sei parole che pesano come pietre tombali: «È una nazione fallita». Una sentenza brutale, priva di pietà, ma intrisa di quella cruda e cinica verità che spaventa i pavidi. Perché l’Iran dei ruffiani in turbante, dei fanatici che barattano la vita dei giovani con la promessa di un paradiso di cartapesta, è davvero un corpo morto che cammina. Una teocrazia fallita nell’anima, prima ancora che nell’economia, dove l’unica legge rimasta è il terrore.
Non si negozia con la cecità ideologica. Quando una nazione si riduce a prigione per le proprie donne e a fabbrica di martiri per i propri giovani, ha già firmato il proprio atto di decesso. Trump ha solo verbalizzato un’evidenza che i burocrati di Bruxelles e i pacifisti della domenica si ostinano a negare per non disturbare la propria digestione.
Questo nuovo attacco non è una sorpresa. È la logica conseguenza di una storia che non impara mai dai propri errori. L’America colpisce perché non sa fare altro, l’Iran subisce e promette vendette divine perché non ha più armi se non il ricatto e il fanatismo. Nel mezzo, resta una popolazione sfinita, ostaggio di un regime che preferisce vedere il proprio popolo alla fame piuttosto che rinunciare ai propri deliri nucleari.
La terra trema di nuovo nel Medio Oriente, e noi restiamo qui a guardare, protetti dai nostri schermi e dalle nostre infinite discussioni sul sesso degli angeli. Ma il fallimento di cui parla Trump non riguarda solo Teheran. È lo specchio del nostro stesso fallimento, dell’incapacità di difendere la libertà prima che sia troppo tardi. Le sirene che stasera urlano a Teheran non sono che l’eco di un futuro che bussa, rabbioso, alla nostra porta.
Giuseppe Basilico

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