
La rabbia monta, densa e amara, come il fumo dei copertoni che bruciano nelle piazze di Teheran. Mohammad Bagher Ghalibaf, dall’alto dello scranno presidenziale del Parlamento iraniano, parla con la tracotanza cieca di chi si crede investito di una missione divina, ma sputa soltanto vecchi slogan logori. L’America, dice. L’impero in declino, lo chiama. E lancia la sua ingiunzione, imperativa e sprezzante, verso Washington: “Non date più soldi a Israele”.
Che commedia grottesca. Che tragica, spaventosa commedia.
Vogliono farci credere che l’Occidente sia un gigante dai piedi d’argilla, un moribondo che rantola sotto il peso dei propri peccati, mentre loro – i guardiani della sottomissione, i censori della vita – incarnerebbero il futuro. Ghalibaf parla di un impero americano al tramonto perché confonde la nostra libertà, la nostra caotica, rissosa e magnifica libertà di discutere e di sbagliare, con la debolezza. Non capisce, il burocrate in turbante, che la forza di una civiltà non si misura dal silenzio dei cimiteri che lui e i suoi simili gestiscono con tanto zelo, ma dalla capacità di restare in piedi nonostante le proprie ferite.
E poi c’è l’ossessione. Quell’ossessione feroce, viscerale, malata contro lo Stato ebraico. Israele. L’avamposto della nostra stessa identità in mezzo a un deserto di teocrazie medievali. Ghalibaf tuona contro i dollari di Washington che finanziano Gerusalemme perché sa benissimo che, senza quel baluardo, il suo sogno di sottomissione globale farebbe un passo avanti. Non è una disputa geopolitica. Non si tratta di confini, di trattati o di diplomazia. Questa è una guerra culturale, una guerra di civiltà tra chi ama la vita e chi corteggia la morte, tra chi finanzia la tecnologia e il progresso e chi accumula droni e missili per cancellare il vicino dalle carte geografiche.
Ghalibaf si illude. L’impero americano sarà anche stanco, distratto, persino malato di quella letargia che talvolta colpisce le democrazie sazie. Ma l’alternativa che l’Iran propone è l’inferno della mente e dello spirito. E davanti a questo, non abbiamo il diritto di tacere, né di smettere di difendere chi, contro quel totalitarismo, combatte ogni giorno per la propria sopravvivenza.
Voi contate i dollari di Washington e i missili di Gerusalemme, convinti che la storia si scriva soltanto con la contabilità del terrore. Non vedete che il vostro impero della paura è già morto dentro, cementato dal sangue dei vostri stessi figli a cui avete tolto il futuro. Potrete anche continuare a lanciare anatemi dai vostri scranni dorati, a minacciare Israele e a scommettere sulla nostra viltà. Ma finché ci sarà anche una sola voce disposta a gridare la verità contro i vostri silenzi imposti, la vostra sottomissione non avrà vinto.
Noi non arretreremo. Perché abdicare di fronte alle vostre minacce non significherebbe soltanto tradire Israele o l’America. Significherebbe tradire noi stessi, la nostra memoria e la nostra dignità di esseri umani. E questo, dopotutto, è un lusso che non possiamo permetterci.
Giuseppe Basilico

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