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Teheranangeles

Quando il presidente Trump dice che Hormuz è territorio americano, gli ayatollah hanno buon gioco a deriderlo che piuttosto la California è roba loro. Solo a censire la popolazione iraniana in California, 800 cento mila individui, qualsiasi stima di marines attualmente presenti nell’area del Golfo persico, appare sovrastata. La peculiarità di questi iraniani, la maggioranza dei quali vive a Los Angeles, è di essere tutti contrari al regime.

di Riccardo Bruno | 21 Agosto 2026

Quando il presidente Trump dice che Hormuz è territorio americano, gli ayatollah hanno buon gioco a deriderlo che piuttosto la California è roba loro. Solo a censire la popolazione iraniana in California, 800 cento mila individui, qualsiasi stima di marines attualmente presenti nell’area del Golfo persico, appare sovrastata. La peculiarità di questi iraniani, la maggioranza dei quali vive a Los Angeles, è di essere tutti contrari al regime. Si tratta degli emigrati delle rivoluzione, la maggior parte dei quali ancora rimpiange lo scià. L’errore politico americano è stato quello di credere che questa comunità potesse guidare il dissenso interno al paese di origine. Quando l’amministrazione statunitense ha compreso che un ritorno del figlio dello scià in Iran non avrebbe rappresentato una soluzione di governo, è iniziato il tira molla di questi mesi. L’America non andrà a fondo nella guerra in Iran fino a quando non sarà in grado di individuare una leadership credibile per stabilizzare la Regione. Parallelamente, Israele ha preso contatti con Ahmadinejad, un avversario di Khamenei, a dimostrazione di una scollatura avvenuta fra gli stessi pasdaran. C’era poi anche un piano curdo, fallito per non irritare la Turchia, che pure potrebbe tornare in pista.

La resilienza iraniana che qui in Italia viene scambiata come una prova di forza del regime, nasce dal fatto che americani ed israeliani non sanno su chi davvero puntare come alternativa ai suoi resti. Su Hormuz c’è un grande bluff iraniano, perché la chiusura del canale penalizza principalmente le entrate statali. L’Iran era in crisi economica prima della guerra, figurarsi ora. Comunque oramai gli aiuti militari provengono dal mar Caspio o da rotte più complesse. L’Iran dispone di confini estesissimi e di una tradizione eccezionale di contrabbandieri sin dalla metà dell’800. Ragione per cui l’America minaccia sanzioni a paesi terzi, senza contare canali privati ancora più complessi. Che poi l’Iran sia in qualche modo in vantaggio nel conflitto avendo perso il partner venezuelano, la milizia di Hezbollah, l’alleato siriano e con i russi che per lo meno devono bombardare Kyiv ogni giorno, è una fantasia bella e buona. Gli ayatollah possono minacciare fin che gli pare le basi americane in Europa e persino colpire gli Stati arabi più vicini. Resta il fatto che Khamenei aveva promesso di affondare le portaerei statunitensi, tutte ancora a galla e le centinaia di ordigni sparati su Israele hanno centrato un palazzo alla periferia di Tel Aviv. In compenso l’Iran è privo d copertura aerea. Se l’America non riesce a negoziare un’intesa soddisfacente, ha l’atomica. Quando si viene a sapere che l’arsenale convenzionale statunitense scarseggia, significa che questa opzione è più vicina di quanto si pensi. Un altro elemento di pressione su delle trattative che non si sono mai interrotte.

Che sia stato Israele a portare gli americani nel conflitto è un po’ come ribaltare completamente la prospettiva internazionale. Dal giorno dell’attacco all’ambasciata statunitense a Teheran, l’Iran è diventato un bersaglio militare per Washington. Tale è rimasto sino al momento in cui Saddam Hussein ha invaso il Kuwait. Allora l’amministrazione americana ha preso un’altra linea, quale quella di trovare un punto di equilibrio con Teheran. Un tentativo fallito miseramente. Bisogna incominciare a pensare che il conflitto con l’Iran sarà fatale e che come l’America ha usato due atomiche contro il Giappone, potrebbe essere indotta ad usarle contro l’Iran. Trump è stato chiaro quando ha parlato di ritorno all’età della pietra per una civiltà che pure è stata fra le più fiorenti. Ci sono voluti quattro anni di guerra con il Giappone per convincere l’America ad impiegare la bomba. Questo potrebbe far sperare che all’Iran si dia almeno lo stesso tempo per rinnovarsi. Se poi si volessero evitare rischi inutili, sarebbe il caso che tutto il mondo occidentale chiedesse all’Iran le riforme, invece di star li a dire che gli iraniani hanno vinto. Davvero non ci si rende conto del tempo a cui si sta andando incontro.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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