
Jason Arday, già professore di Cambridge, ha deciso di farla finita. E secondo l’élite culturale britannica la colpa è di chi lo avrebbe linciato. Questa storia forse l’avete sentita anche voi, ma è una menzogna. La colpa è di chi ora vi accusa. Vediamo, passo per passo, perché.
UN UOMO PRIGIONIERO DELLA PROPRIA FANTASIA
Secondo ciò che ha dichiarato lui stesso, Arday avrebbe iniziato a parlare a 11 anni, a leggere a 18 e avrebbe avuto un tumore. Ai testicoli, nella prima bozza della sua biografia. Al cervello, nell’ultima. Di sicuro si sarebbe operato pochi giorni prima della discussione della tesi, affrontata nonostante dei gravi problemi di memoria. Poco importa che non ci sia prova per quasi nulla di tutto di questo, anzi ne esistano di contrarie (tipo le dichiarazioni contrarie di un amico sulla “non verbalità”).
Arday era questo: un fantasista. Uno che ha inventato di sana pianta una esistenza a forma di figura pubblicitaria, che gli ha consentito di diventare professore nella seconda Università più antica del mondo. E se si fosse fermato a questo, la cosa sarebbe stata bizzarra, ma innocua. Purtroppo per tutti la tesi di dottorato, svariati articoli e pure un libro sono stati plagiati. O, come nel caso del libro, non sono mai esistiti.
La cosa, come sempre accade (cercate chi è Francesca Gino), è emersa. Non una, ma tre volte. La prima, Arday ha riso in faccia via mail al professore che chiedeva delucidazioni e ha chiamato la polizia. La seconda volta, quando si è msso di mezzo un giornalista del Times, la polizia ha aperto una indagine. Sul giornalista. La terza volta, per sfortuna di Arday, dall’altra parte del computer c’era il professor Colfnas. Uno che l’Accademia aveva già ammazzato. E ciò che è morto non può morire di nuovo. E quindi lo scandalo è scoppiato.
LINCIAGGIO, HAN DETTO.
Quando la vicenda è emersa, naturalmente tutti ne hanno parlato. Questo simpatico giovane avrebbe corso 30 maratone in 35 giorni, 600 miglia in 6 giorni, raccolto milioni di sterline per svariate associazioni benefiche e pure scavato pozzi in Brasile. Uso il condizionale perché non ci sono prove a sostegno di nulla di tutto questo. Anzi. Ecco, secondo la sinistra far notare tutto questo sarebbe un linciaggio, perché a un bianco non sarebbe mai successo.
Partiamo subito dal dire: forse hanno ragione. Ma solo perché un bianco alle balle del primo paragrafo sarebbe stato espulso immediatamente dal mondo accademico. Sempre ammesso che gli fosse concesso di avvicinarvisi. Arday è stato difeso a ogni passo a spada tratta. Solo quando la montagna di prove ha toccato l’empireo anche gli irriducibili si sono dovuti arrendere. E Cambridge l’ha licenziato? Vi domanderete voi. Ingenui. Mai. Aveva solo aperto una inchiesta. E’ bastato perché lui si dimettesse. Con una lettera scritta da ChatGPT dicono gli esperti.
IL COLPEVOLE NON E’ IL MAGGIORDOMO
Il colpevole è questo clima di inclusione marcia. Che ha sfruttato un ragazzo debole e problematico, senza preoccuparsi del costo che avrebbe un giorno dovuto pagare. Cambridge non è colpevole per averlo abbandonato, cosa che non ha fatto, ma di aver voluto credere a una serie di menzogne di facilissima smentita. A partire dal suo lavoro accademico. Quanto all’immonda argomentazione “a un bianco non sarebbe accaduto” andate a vedervi la vicenda di Francesca Gino, infinitamente meno grave di questa. E poi ditemi se le è stato risparmiato qualcosa.
Arday si sarebbe potuto salvare se l’Università non gli avesse mentito. E gli ha mentito per un motivo, che sappiamo tutti. Il razzismo profondo. Quello che pensa che si debba avere professori neri in quanto neri. Arday è una vittima del politicamente corretto e dei suoi sacerdoti e sta nella responsabilità di ciascuno di noi impedire che la facciano franca. Scaridcando la colpa, come stanno già facendo, sugli affamati e assetati di verità.
Luca Rampazzo

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