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La vittoria e i tempi di Trump

Una delle mille cose che i miliardi di spettatori della guerra con l’Iran si è abituata a vedere è il tono beffardo con cui il regime degli Ayatollah tratta Trump, il suo nemico principale. Anzi: al tono addolcito di Trump che Domenica dopo alcuni giorni di minacce e ultimatum ha fatto sapere che si preparava a mettere momentaneamente da parte la guerra, le Guardie della Rivoluzione rispondono in coro con gli Ayatollah con una tessitura di messaggi aggressivi più o meno espliciti: nessuna trattativa, al contrario di quello che dicono gli americani, è in corso; le richieste di ritiro, rimborso, abbandono del terreno di Hormuz sono condizione per scambiare anche un sola parola

di Fiamma Nirenstein | 11 Agosto 2026

Una delle mille cose che i miliardi di spettatori della guerra con l’Iran si è abituata a vedere è il tono beffardo con cui il regime degli Ayatollah tratta Trump, il suo nemico principale. Anzi: al tono addolcito di Trump che Domenica dopo alcuni giorni di minacce e ultimatum ha fatto sapere che si preparava  a mettere momentaneamente da parte la guerra, le Guardie della Rivoluzione rispondono in coro con gli Ayatollah con una tessitura di messaggi aggressivi più o meno espliciti: nessuna trattativa, al contrario di quello che dicono gli americani, è in corso; le richieste di ritiro, rimborso, abbandono del terreno di Hormuz sono condizione per scambiare anche un sola parola; non c’è nessuna ragione per gli americani finchè  il blocco navale americano continua, dice l’Iran, di “affermare che lo stretto è divenuto una strada sicura”. A queste risposte dirette alla proposta di colloquiare si aggiungono altre finezze: la risposta alla battuta di Trump che parla di una partita a scacchi, di esserne giocatori professionali; la notizia di un complesso cambio della guardia fra i quadri rivoluzionari, per cui fra gli altri il consigliere strategico del capo supremo diventa Mossem Rezai, un capo delle Guardie della Rivoluzione annoverato fra i responsabili dell’eccidio dell’AMIA nel 1994, in cui furono uccise 85 persone dentro il centro Ebraico di Buenos Aires;  e  c’è stato oeri anche l’annuncio di un incontro di ben sette ore fra Mojtaba Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian: molte parole nessuna foto.

Ma la dichiarazione più significativa dei comunicatori iraniani è a carattere geopolitico: l’accordo fra Pakistan Turchia e Arabia saudita segna una svolta nella percezione delgli USA, dicono. Cioè: gli alleati mediorentali del  nemico mostrano di aver perso la fiducia in lui, l’accordo non è un gesto sunnita antisciita, ma un gesto islamico specialmente antiamericano e quindi antisraeliano. L’interpretazione è beffarda, tendenziosa e non certificata, ma gioca sull’elemento egemonia,tempo d’azione, rischi effettivi della nuova alleanza che di fatto attaccano Trump: perché il presidente ha ragione quando disegna un panorama in cui l’Iran è perdente secondo tutti i criteri correnti: la leadership e l’economia distrutte del regime; la frammentazione del suo sistema di dominio fatta dell’anello d’acciaio dei suoi proxy e  della costruzione di armi letali come le migliaia di missili balistici ormai in gran parte distrutte;  lo spezzettamento del suo sistema atomico… tutti questi elementi fanno a pezzi il mosaico su cui la forza iraniana è costruita. Eppure come una formica malata, invece di nutrire il suo corpo sociale, il regime rafforza solo se stesso, e lo fa col terrore giustiziando giovani nelle piazze e anche usando i fondi che comunque il mondo islamico e anche lo sfondo russo cinese coreano gli forniscono per seguitare a costruire armi, attacchi, alleanze aggressive (Hezbollah seguita, come Hamas, a essere rimpinzato di fondi), e non la sua sopravvivenza civile.

Questo, per chi come Trump gioca su tempi lunghi, per preparare meglio quello che vuole realizzare, è pericoloso.  E ancora di più lo è per Israele. Certo, Israele non è stata bombardata dall’Iran in questi mesi come gli alleati arabi degli USA, ma questa scelta è dovuta al fatto che l’Iran si conserva per un più difficile eventuale scontro verticale. E cerca di tessere la trama trilaterale che descrivevamo adesso. Trump che al fondo di certo persegue l’obiettivo di eliminare dalla scena il pericolo mondiale dell’aggressività iraniana, con i proxi, i missili, l’uranio, e che colleziona i rifiuti e gli sberleffi con l’indifferenza dei potenti, deve tuttavia guardare all’arma del tempo, la più antica nella storia della strategia: novembre è ancora lontana, e gli iraniani lavorano in fretta, proprio perché Trump non ha mai cambiato il suo giudizio sul regime più malato e pericoloso del mondo.  

Fiamma Nirenstein

https://www.fiammanirenstein.com/articoli/la-vittoria-e-i-tempi-di-trump-6683.htm

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fiamma Nirenstein

Fiamma Nirenstein ha vissuto per anni a Gerusalemme, dove è stata inviata prima per “La Stampa” e poi per “il Giornale” su cui continua a scrivere. Oggi è deputata al Parlamento italiano e vicepresidente della Commissione Esteri della Camera. Presso Rizzoli ha pubblicato L’abbandono, Islam: la guerra e la speranza.

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