
In politica esistono due categorie di persone. Quelle che osservano la mossa appena fatta e quelle che cercano di capire quale sarà la prossima.
È in questa differenza che spesso si decide il futuro di un Paese. Per questo limitarsi a leggere i sondaggi di Forza Italia significa guardare il dito invece della luna. Il consenso è importante, certo. Ma non sempre è il consenso a determinare il peso politico di un partito. A volte conta molto di più la sua capacità di diventare indispensabile. Il partito fondato da Silvio Berlusconi non è più la forza dominante che rivoluzionò la politica italiana nel 1994. I numeri raccontano una realtà diversa e nessuno può immaginare di riportare indietro l’orologio della storia. Eppure sarebbe un errore pensare che la sua stagione sia conclusa. C’è una partita che si sta giocando lontano dai riflettori. Non riguarda soltanto il prossimo governo, ma gli equilibri istituzionali destinati a segnare il prossimo decennio.
Il rapporto sempre più complesso tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, il ruolo crescente delle forze più identitarie del centrodestra e la ricerca di una componente moderata capace di dialogare con tutti potrebbero trasformare Forza Italia nell’interlocutore che oggi nessuno considera decisivo ma che domani potrebbe diventarlo. La politica italiana, del resto, ha sempre premiato chi occupa il centro del tavolo più che gli estremi. È accaduto nella Prima Repubblica, è accaduto in diversi passaggi della Seconda e potrebbe accadere ancora. Non necessariamente attraverso nuove alleanze di governo, ma mediante accordi istituzionali destinati a incidere sulle scelte più importanti. Tra queste ce n’è una che vale più di tutte: il Quirinale.
Il Presidente della Repubblica non governa, ma garantisce l’equilibrio del sistema. È la figura che accompagna governi, crisi politiche e passaggi costituzionali. Per questo motivo la sua elezione rappresenta il vero banco di prova della maturità della politica italiana. Ed è qui che il nome di Silvio Berlusconi torna inevitabilmente nella memoria. Per lui il Quirinale non era soltanto un’ambizione personale. Era il riconoscimento simbolico di una storia politica che, nel bene e nel male, ha cambiato l’Italia. Quel traguardo non arrivò mai. La domanda, allora, non è se Forza Italia tornerà al 20 o al 30 per cento. La domanda è un’altra: quale ruolo vuole avere nella costruzione degli equilibri della prossima Repubblica? Perché la storia insegna che le vittorie più importanti non sono sempre quelle che si celebrano la sera delle elezioni. Alcune maturano nel silenzio, attraverso intese, pazienza e visione. Sono quelle che si comprendono soltanto anni dopo. E forse è proprio questo il lascito più autentico della politica: non occupare una poltrona, ma lasciare un’impronta. Le elezioni assegnano il potere. La storia, invece, decide chi lo ha davvero cambiato.
Angelo Santoro

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