
L’arresto di Valter Lavitola è la crepa definitiva in un sistema che da anni si regge su relazioni ambigue, amicizie di facciata e poteri che si proteggono a vicenda finché non esplode una bomba – letteralmente.
L’imprenditore ed ex giornalista‑editore, Valter Lavitola, è stato portato in carcere dai carabinieri del Nucleo Investigativo con l’accusa di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, colpito nell’ottobre scorso a Pomezia da un ordigno piazzato davanti alla sua abitazione. Una carica esplosiva vera, capace di devastare una villetta e mettere a rischio una famiglia.
Ma la parte più oscena della vicenda non è l’ordigno: è l’amicizia. Perché Lavitola non era un nemico di Ranucci, non era un avversario, non era un soggetto ostile. Era un amico dichiarato, un uomo che lo invitava a cena nel suo ristorante, che compariva con lui in una foto pubblicata dal Riformista, che raccontava ai magistrati di aver conosciuto i suoi figli, di averlo frequentato spesso, di aver coltivato un rapporto ‘radicato’ e ‘sincero’.
Ranucci stesso lo definiva ‘un amico’, lo sentiva al telefono, gli rispondeva ai messaggi, lo difendeva persino in Commissione Vigilanza Rai quando gli chiesero conto di quella cena.
E mentre questa amicizia veniva ostentata, celebrata, mostrata come un legame umano e professionale, secondo la Procura di Roma Lavitola avrebbe fatto il sopralluogo sotto casa sua e poi avrebbe incaricato un intermediario di trovare un gruppo di esecutori per piazzare una bomba. Un commando vero, già arrestato a fine giugno: tre uomini e una donna, accusati di detenzione e uso di ordigno esplosivo, minaccia, danneggiamento, aggravanti mafiose.
La misura cautelare firmata dal gip di Roma, nell’indagine coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, contesta anche il metodo mafioso. E quando la magistratura usa quelle parole, significa che non si tratta di un gesto isolato, ma di un’azione strutturata, organizzata, con una logica criminale che punta a zittire chi indaga sui poteri reali del Paese.
Qui non c’è solo un attentato: c’è un tradimento!
C’è la dimostrazione che in Italia la minaccia non arriva dai nemici dichiarati, ma da chi si siede al tavolo con te, ti chiama ‘fratello’, ti manda messaggi affettuosi, ti abbraccia davanti alle telecamere.
È il cortocircuito perfetto tra potere, affari, informazione e violenza.
È la conferma che la libertà di stampa non è sotto attacco da parte di chi ti contesta, ma da parte di chi ti sorride.
E allora il proverbio che apre questo articolo non è un ornamento: è la sintesi chirurgica di questa storia.
“Dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”.
Perché qui non c’è un nemico che attacca: c’è un ‘amico’ che, secondo gli inquirenti, avrebbe pianificato un attentato.
Ma la verità è ancora più feroce: qui non si tratta solo dell’amicizia che viene tradita, qui si tratta di un Paese che tradisce se stesso. Perché quando un uomo che ti chiama ‘amico’ viene accusato di aver ordinato un attentato contro di te, il problema non è l’amicizia: è il sistema che permette a certe figure di muoversi tra potere, affari, informazione e criminalità come se fossero stanze della stessa casa.
È il sistema che tollera le zone grigie, che accetta le relazioni opache, che lascia proliferare i cortocircuiti finché non esplode una bomba. È il sistema che non reagisce, che non si indigna, che non si difende.
E allora il proverbio non basta più: il nemico non è più quello che ti contrasta, ma quello che ti abbraccia. Non è quello che ti attacca frontalmente, ma quello che ti sorride mentre prepara il terreno per colpirti. Non è quello che ti critica, ma quello che ti invita a cena.
Questo caso non è solo la storia di un attentato: è la radiografia di un’Italia che ha smesso di distinguere la lealtà dalla convenienza, la vicinanza dalla manipolazione, la fiducia dalla trappola. È la prova che la minaccia non arriva più dalla periferia del potere, ma dal suo salotto. È la conferma che la democrazia non viene ferita dai suoi avversari, ma dai suoi conviventi.
E se oggi un ordigno esplode davanti alla casa di un giornalista e il presunto mandante è uno che fino al giorno prima cenava con lui, allora la domanda non è chi ha tradito l’amicizia: la domanda è chi ha tradito il Paese. Perché quando il potere diventa così intimo da potersi trasformare in arma, significa che non è più il potere a essere pericoloso: è la sua normalità.
E quella, ormai, è la vera bomba che nessuno ha ancora disinnescato.
Angioletta Massimino

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