
Buona domenica, cari lettori,
questa settimana il somaro ha ragliato più forte del solito. Non perché abbia imparato il greco antico o letto Aristotele, ma perché ha scoperto che basta una buona connessione a Internet per citarlo. E, da quel momento, ha iniziato a guardare il cavallo dall’alto in basso. Siamo soltanto agli inizi della lunga traversata che ci porterà a convivere con questa nuova forma di intelligenza digitale. Per ora prevale lo stupore, insieme a un pizzico di ribellione. Non perché l’IA ci renda più ignoranti, ma perché ci ricorda, senza tanti complimenti, quanto poco sappiamo davvero. E questo, all’orgoglio umano, pesa più di qualsiasi esame universitario. Dopo lo smarrimento iniziale, però, impareremo a usarla come abbiamo imparato a usare il computer, Internet e lo smartphone. Sarà uno strumento straordinario, capace di farci risparmiare tempo e di rendere più semplice l’accesso alla conoscenza. Il problema, come sempre, non sarà lo strumento, ma l’uso che ne faremo. Per anni abbiamo cercato risposte tra libri, enciclopedie e professionisti. Oggi molte di quelle risposte arrivano in pochi secondi. Gli esperti fanno bene a ricordarci che conoscere una risposta non significa comprenderla. Perché una risposta è come un farmaco: se la somministri al paziente sbagliato, invece di guarire può fare danni. Così il vecchio principio della “scienza e coscienza” rischia di essere sostituito da un più moderno “copia, incolla e adatta”. Tutto sembra avere una risposta. O quasi. Per esempio, se una donna decide di tradirti, nemmeno questa meravigliosa tecnologia riesce ancora a fare miracoli. Ti suggerisce dialogo, comprensione, equilibrio e rispetto reciproco. Tradotto: le corna restano. Ma c’è da scommettere che qualcuno stia già lavorando all’aggiornamento: Versione 2.0 – Recupero dell’orgoglio perduto. Il vero miracolo, tuttavia, non è l’Intelligenza Artificiale. Il vero miracolo è l’intelligenza naturale, quella che rischia seriamente di finire in pensione anticipata. C’è già chi non ricorda più un numero di telefono, non sa fare una divisione senza calcolatrice e considera un’impresa eroica raggiungere una destinazione senza navigatore. Il cervello, da muscolo da allenare, rischia di trasformarsi in un elegante accessorio da esibire nelle occasioni importanti. Nel frattempo, nel Bel Paese, è in arrivo anche una laurea dedicata all’Intelligenza Artificiale. Del resto, oggi si può diventare dottori in quasi tutto. Non poteva mancare il dottore in IA. E forse, tra qualche anno, arriverà perfino il dottore in domande ben formulate. Perché il talento del futuro potrebbe non essere quello di conoscere tutte le risposte, ma di sapere quale domanda porre. Ed è qui che il somaro torna a ragliare, questa volta con piena soddisfazione. Per secoli ha trasportato sulle proprie spalle il sapere degli altri senza poterne assaporare il contenuto. Non ha mai avuto paura della fatica; ha sempre sofferto dell’etichetta di ignorante che gli veniva appiccicata. Oggi scopre che bastano una tastiera, una connessione e qualche domanda ben costruita per sembrare un professore. E qui sta il punto: non è il somaro a preoccuparci. Lui continua a fare il somaro, con tutta la dignità del suo mestiere. Il rischio nasce quando noi uomini smettiamo di distinguere la conoscenza dall’apparenza della conoscenza. Quando confondiamo una risposta immediata con una risposta compresa, l’informazione con la cultura, la velocità con la saggezza. Questa tecnologia potrà renderci tutti più informati. Ma non potrà renderci tutti più intelligenti. Per fortuna, almeno fino al prossimo aggiornamento, il buon senso non si scarica da Internet.
Angelo Santoro

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