
“Senza precedenti”: è con questa espressione che le cronache descrivono gli incendi boschivi che devastano l’Europa meridionale e atlantica nell’estate 2026. La vegetazione resa particolarmente secca dalla mancanza di piogge, assieme alle temperature che hanno raggiunto livelli da record in numerose regioni, rappresentano il carburante perfetto per i roghi. Particolarmente colpite sono soprattutto Spagna e Francia, nonostante una delle più vaste operazioni di emergenzamai messe in campo dall’UE. I funzionari europei hanno riconosciuto lunedì che il cambiamento climatico sta allungando le stagioni degli incendi e alimentando roghi sempre più violenti, molto diversi da quelli osservati solo pochi anni fa. A Bordeaux le autorità locali valutano perfino l’ipotesi di un’evacuazione totale della città. Il presidente francese Emmanuel Macron non ha usato mezzi termini per descrivere quella che il suo paese sta affrontando come “la peggior crisi dal secondo dopoguerra”. Una parola nuova e inquietante è entrata nel vocabolario dei vigili del fuoco francesi impegnati a fronteggiare le fiamme nel sud-ovest della Francia: “pirocumulonembo”. Si tratta di un fenomeno relativamente nuovo per il continente, già noto in Nord America e Australia, un temporale generato dal fuoco che può sollevare venti imprevedibili, rendendo molto più difficile il contenimento delle fiamme e la valutazione della loro probabile traiettoria.

Un bollettino di guerra?
I numeri, quando si guarda al quadro combinato di Francia e Spagna, sembrano quelli di un conflitto. Oltre 325mila sfollati, quasi 250mila ettari bruciati, tre vigili del fuoco morti in Francia – due a Mérignac, in Gironda, uno in Savoia e altri 84 feriti nelle operazioni di spegnimento. Nel solo dipartimento della Gironda, dove le fiamme divampano dal 22 luglio vicino a Saumos, il fuoco ha percorso oltre 40mila ettari e distrutto o danneggiato 240 abitazioni. In Spagna, le fiamme si sono propagate a una velocità stimata di circa sei chilometri all’ora, contro un avanzamento dei vigili del fuoco sul terreno di appena 300 metri all’ora: un divario che dice più di ogni bollettino quanto il fronte sfugga al controllo. Oltre 220mila persone sono state evacuate dalla sola area di Bordeaux, in quella che il ministero dell’Interno francese ha definito “la più imponente operazione di evacuazione civile mai condotta in Francia al di fuori di un conflitto armato”; il governo ha mobilitato l’esercito a supporto dei pompieri, impegnati a costruire fasce tagliafuoco. In Spagna oltre 91mila persone, tra cui numerosi turisti, risultano evacuate o confinate nelle tre province più colpite. Ma la cifra che meglio racconta la scala del problema riguarda l’insieme dell’Unione, non i due soli paesi in prima linea: nel solo 2025 sono andati in fumo oltre un milione di ettari nel territorio comunitario, l’equivalente di mezza Slovenia. Il 2026, con mesi ancora davanti, rischia di avvicinarsi e persino superare quello che era già un record da incubo.
L’Europa che fa?
Solo a fine marzo la Commissione ha adottato una comunicazione sulla gestione integrata del rischio di incendi boschivi, il primo tentativo organico di spostare l’attenzione dalla sola risposta d’emergenza alla prevenzione strutturale: gestione attiva del territorio, fuoco prescritto, pascolo estensivo, ripristino di zone umide e pianure alluvionali capaci di trattenere l’umidità. È un cambio di paradigma arrivato dopo che la stessa Commissione aveva riconosciuto, l’anno scorso, che decenni di terreni agricoli abbandonati e foreste non gestite avevano accumulato riserve di vegetazione combustibile in tutto il continente. Sul fronte operativo, distinto da quello preventivo, l’Unione ha comunque schierato per questa estate il più grande dispositivo antincendio mai attivato nell’ambito del meccanismo di protezione civile: centinaia di vigili del fuoco da 14 paesi, aerei, elicotteri, una nuova base a Cipro. Ma è “la parte più semplice del compito – osserva un diplomatico europeo intervistato da Euronews – quella che si misura in mezzi da mobilitare sotto pressione, non quella che richiede scelte politiche impopolari nel medio periodo”. Gli stessi funzionari della Commissione lo ammettono: intervenire sugli incendi non basta, l’Europa deve investire molto più pesantemente nella prevenzione, invece di continuare ad affidarsi a interventi d’emergenza sempre più costosi e sempre meno sufficienti.
E i 27?
Ma è proprio lì, sulla prevenzione, che l’Europa arretra invece di avanzare. La gestione forestale, la pianificazione e la protezione civile restano competenze quasi interamente nazionali; i finanziamenti per la prevenzione dipendono dai fondi agricoli comunitari più che da una linea di bilancio dedicata. All’interno del Consiglio esiste da anni una minoranza di Stati che frena più o meno sistematicamente ogni tentativo di regolamentazione vincolante della gestione forestale. E quella resistenza si inserisce in un arretramento più ampio, che negli ultimi due anni ha eroso pezzo dopo pezzo l’impianto ambientale costruito intorno al Green Deal varato a fine 2019. In diversi governi nazionali, e in una parte consistente dei partiti che li sostengono, “il cambiamento climatico – osserva il Guardian in un duro editoriale – è stato progressivamente derubricato a variabile gestibile con misure di ordine pubblico e protezione civile, non a causa strutturale che richiede una revisione delle priorità economiche”. È una scelta politica le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: gli scienziati lo ripetono da anni, e i dati lo confermano: dal 1980, l’Europa si riscalda a una velocità doppia rispetto alla media globale, la più rapida tra i continenti. Chi oggi invoca un approccio ‘più pragmatico’ alle politiche climatiche in nome della competitività o dell’incertezza geopolitica sceglie di ignorare più o meno consapevolmente che il continente più esposto al riscaldamento è anche quello più lento ad attrezzarsi per affrontarlo.
Il commento
Di Matteo Villa, Head, Policy Lab ISPI
“Gli incendi di quest’anno sono eccezionali. La superficie bruciata in UE è il doppio della media del periodo, e il cambiamento climatico sembra cambiare la geografia dei rischi, perché se Spagna e Italia hanno eguagliato o superato di poco i livelli massimi dell’ultimo ventennio, in Francia l’estensione dei roghi è del tutto inedita. Va sottolineato tuttavia che in Europa non si registra un aumento costante della superficie media bruciata nel tempo. Negli ultimi anni emerge piuttosto una variabilità estrema, con stagioni relativamente tranquille seguite da annate devastanti. Come, purtroppo, quella del 2026.”
Alessia De Luca

Lascia un commento