
La pressione internazionale sulla crisi in Medio Oriente si infiamma sia nelle piazze che sul piano diplomatico e strategico.
Fuori dalla Casa Bianca, centinaia di manifestanti pro-Palestina si sono radunati per protestare contro la linea dell’amministrazione americana. La mobilitazione coincide con il drammatico traguardo dei sei mesi di guerra, un periodo che ha devastato la regione e polarizzato l’opinione pubblica globale.
Il clima è incandescente anche in Iran. Nel paese si registrano forti disordini interni, con un bilancio tragico di 60 morti negli ultimi 12 giorni. Le proteste e gli scontri riflettono una tensione interna mai così alta, amplificata dalle ripercussioni del conflitto regionale.
Sulla situazione è intervenuto duramente Donald Trump. L’ex presidente ha lanciato un ultimatum chiaro: “Senza un accordo, finiamo il lavoro”. Trump ha poi rivendicato la necessità di un presidio strategico fermo, affermando: “Controlliamo Hormuz”, stringendo il focus su uno degli snodi marittimi più sensibili del pianeta.
In risposta ai rischi di blocco commerciale, si muove la diplomazia del Golfo. L’Oman ha presentato una proposta per allentare la morsa geopolitica: una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz. Il piano prevede l’introduzione di tariffe volontarie per il transito, nel tentativo di garantire la sicurezza della navigazione e stabilizzare i mercati energetici globali.
E così eccoci qui, a contare i sei mesi di un macello che non ha fine, mentre sotto le finestre della Casa Bianca ci si illude ancora che la storia si schieri a colpi di slogan. Ma la storia non ascolta i cori da cortile. La storia sanguina, come sanguina l’Iran, dove sessanta anime sono state spazzate via in dodici giorni nel silenzio complice di un Occidente anestetizzato, capace di indignarsi solo a comando.
Mentre noi ci aggrappiamo alle illusioni, i cinici si spartiscono i pezzi del mondo. C’è Trump, con la sua rozza e spietata chiarezza, che promette di “finire il lavoro” e mettere le mani sul cappio del mondo, quello Stretto di Hormuz dove transita la linfa energetica che ci tiene in vita. E poi c’è l’Oman, che con l’ipocrisia tipica dei mercanti propone di gestire quel cappio con “tariffe volontarie”, come se la libertà e la sopravvivenza dell’umanità potessero essere regolate da un pedaggio di cortesia.
Siamo davanti alla solita, tragica commedia degli inganni. Da una parte la forza bruta che vuole controllare le rotte, dall’altra il baratto diplomatico che cerca di monetizzare la paura. E in mezzo, noi. Un Occidente debole, privo di memoria e di coraggio, che guarda il baratro avanzare e spera, stupidamente, che basti pagare un biglietto per salvarsi dall’inferno.
Giuseppe Basilico

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