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Guerra in Iran: negli Usa cresce il malcontento: anche la base di Trump mostra crepe

Il 28 luglio la guerra contro l’Iran entrerà nel quinto mese. Doveva essere, nei calcoli della Casa Bianca e di Israele, una campagna rapida, capace di piegare Teheran e riaffermare la supremazia americana. È diventata invece il conflitto che consuma la presidenza Trump: senza una via d’uscita credibile, con il prezzo della benzina oltre i quattro dollari al gallone in molte aree del Paese e con il petrolio tornato sopra i cento dollari al barile.

di Agenzia Sir | 27 Luglio 2026

di Maddalena Maltese*

Il 28 luglio la guerra contro l’Iran entrerà nel quinto mese. Doveva essere, nei calcoli della Casa Bianca e di Israele, una campagna rapida, capace di piegare Teheran e riaffermare la supremazia americana. È diventata invece il conflitto che consuma la presidenza Trump: senza una via d’uscita credibile, con il prezzo della benzina oltre i quattro dollari al gallone in molte aree del Paese e con il petrolio tornato sopra i cento dollari al barile.

Il primo conto è politico. Solo il 37% degli americani approva gli attacchi, mentre il 79% prevede un impegno militare prolungato. Il gradimento del presidente è sceso intorno al 34-35%, ai minimi del secondo mandato, mentre appena un cittadino su quattro ritiene che la guerra sia valsa i costi sostenuti. Anche la base di Trump mostra crepe: tra gli elettori MAGA il sostegno al conflitto, misurato in rapporto alle ricadute economiche, è sceso dal 50% di maggio a circa il 35% di luglio. Quasi uno su cinque vorrebbe fermare la guerra indipendentemente dal risultato.

La frattura attraversa anche il Congresso. Giovedì la Camera, con quattro voti repubblicani decisivi, ha approvato per 214 a 208 una risoluzione che chiede a Trump di ottenere l’autorizzazione parlamentare per proseguire le operazioni. Poche ore dopo il Senato ha bloccato un provvedimento analogo per 49 a 47. Due votazioni opposte che se da un lato continuano a non fermare la guerra, dall’altro fotografano un Paese senza una linea comune e un partito repubblicano costretto a scegliere tra la fedeltà al presidente e il timore delle elezioni di medio termine.

Il secondo conto è economico e umano. Il Pentagono quantifica finora decine di miliardi di dollari di spese dirette, ma Linda Bilmes, docente di Politiche pubbliche ad Harvard e tra le maggiori esperte di bilanci di guerra, stima un costo vicino ai due miliardi al giorno e almeno mille miliardi nel lungo periodo, includendo ricostruzione, munizioni, assistenza agli alleati per la ricostruzione delle strutture bombardate e cure ai veterani. Almeno 18 militari americani sono morti e circa 570 sono rimasti feriti, secondo il New York Times, visto che il Pentagono continua a chiedere finanziamenti, ma diffonde cifre incoerenti sulle vittime e non mostra trasparenza sulla perdita di attrezzature.

Martedì Benjamin Netanyahu tornerà alla Casa Bianca. Sarà il primo incontro da febbraio, quando il premier israeliano propose l’offensiva congiunta iniziata poche settimane dopo. Trump spera forse che l’alleato che lo ha accompagnato nel pantano gli indichi ora una via d’uscita, anche se venerdì il presidente si è incontrato con 4 dei suoi più vicini consiglieri per valutare un attacco “massiccio”. Mentre chi tenta la via diplomatica, come Jared Kushner e Steve Witkoff, continua ad insistere su una proposta di tregua già consegnata a Teheran, la repubblica islamica ha comunicato di averla già respinta, sempre più scettica del metodo diplomatico a stelle e strisce.

L’Iran non si è dato come obiettivo la sconfitta della potenza aerea e navale americana: gli basta dimostrare che Washington non può più garantire sicurezza assoluta nello Stretto di Hormuz e agli alleati della penisola saudita, secondo il politologo di Chicago Robert Pape. Con droni Shahed da poche decine di migliaia di dollari Teheran ha costretto gli Stati Uniti a impiegare missili e sistemi difensivi da milioni di dollari, mentre continua a colpire basi, rallentare il traffico marittimo e alimentare l’incertezza sulla navigazione dello Stretto, formalmente aperto, ma diventare strategicamente inaffidabile.

Per Pape, all’Iran non occorre vincere una guerra convenzionale; basta erodere la fiducia, destabilizzare i mercati e resistere più a lungo del previsto, usando una tecnologia commercializzata proprio dal suo avversario. Se la Guerra del Golfo del 1991 aveva mostrato il dominio e la supremazia tecnica americane, questa nuova guerra ne sta rivelando i limiti. E mentre Trump chiede ancora tempo e fiducia, è l’Iran, con piccoli droni e una strategia di logoramento, a insinuare il dubbio più pericoloso: che la forza degli Stati Uniti non sia più sinonimo di ordine, ma una nuova fonte di imprevedibilità, legata anche al suo commander in chief.

Maddalena Maltese

*Agenzia Sir

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Agenzia Sir

L’Agenzia S.I.R. (Servizio Informazione Religiosa) nasce nel 1988, per iniziativa della Federazione Italiana Settimanali Cattolici e con il sostegno della CEI.
Il primo numero del SIR settimanale (l’attuale Fatti e pensieri) porta la data del 13 gennaio 1989. Il 20 settembre 1995, l’Agenzia lancia il proprio sito Internet: si tratta di uno dei primi servizi web cattolici in Italia. Il sito verrà rivisto graficamente e nei contenuti nel 1998, nel 2003, nel 2005, nel 2010.
Nel 2001 prende avvio, d’intesa con il Consiglio delle Conferenze episcopali europee, SIR Europa: servizio d’informazione europea che concentra la sua attenzione su diversi temi e aspetti del nostro continente.

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