
In politica le idee valgono, ma ancora di più valgono i simboli. Matteo Salvini lo sa bene e, dopo aver cavalcato l’onda della popolarità del generale Roberto Vannacci, oggi sembra aver individuato un nuovo volto capace di parlare direttamente alla pancia del Paese: Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni di carcere per aver ucciso due rapinatori in fuga dopo l’assalto al suo negozio.
Con Vannacci l’intuizione politica era stata indiscutibile. Le oltre 500 mila preferenze raccolte alle elezioni europee avevano dimostrato che esisteva un elettorato desideroso di riconoscersi in una figura percepita come controcorrente, insofferente al politicamente corretto e capace di trasformare la protesta in consenso. Quella scommessa, però, si è progressivamente trasformata in un problema politico. Il generale, una volta conquistato un ruolo centrale nella Lega, ha imboccato una strada sempre più autonoma, fino a costruire un proprio progetto, lasciando Salvini con il rischio di aver creato un concorrente invece che un alleato.
Ecco allora la ricerca di un nuovo catalizzatore del malcontento. Roggero, nell’immaginario di una parte dell’opinione pubblica, non rappresenta soltanto un uomo condannato dalla magistratura, ma il simbolo di una legittima difesa che molti ritengono negata e di una giustizia percepita come distante dal comune sentimento di equità. È su questa frattura tra sentenze e opinione pubblica che la Lega sembra voler costruire l’ennesima battaglia identitaria. Dal punto di vista elettorale, il calcolo non è privo di logica. Dopo aver mobilitato il consenso sull’immigrazione, poi sulle guerre culturali e sul cosiddetto “mondo al contrario”, il terreno della giustizia potrebbe diventare il nuovo fronte capace di ricompattare un elettorato disorientato. Ogni stagione politica ha il proprio tema dominante; ogni leader cerca il volto che meglio lo incarni. Il paradosso, tuttavia, è difficile da ignorare. La critica alla giustizia arriva da chi, negli anni di governo, ha sostenuto e votato gran parte dell’impianto normativo che oggi viene indicato come causa dell’ingiustizia subita da Roggero. Le sentenze possono essere discusse, persino contestate sul piano culturale o politico, ma i giudici applicano le leggi che il Parlamento approva. E quel Parlamento è stato spesso composto anche da chi oggi denuncia il sistema come se fosse un corpo estraneo. Salvini sembra così inseguire una versione moderna del metodo Pannella: trasformare un singolo caso giudiziario in una grande questione politica.
Con una differenza sostanziale. Marco Pannella utilizzava i casi simbolo per mettere in discussione principi generali, allargando il dibattito sui diritti, sulle garanzie e sulle libertà individuali. Qui, invece, il rischio è che il simbolo prevalga sull’elaborazione politica e che la candidatura diventi soprattutto uno strumento di comunicazione elettorale. Naturalmente, tutto questo presuppone che Roggero accetti di entrare nell’arena politica. Non è affatto scontato. Chi ha attraversato una vicenda personale e giudiziaria tanto drammatica potrebbe preferire attendere l’esito della domanda di grazia e cercare di ricostruire, insieme alla propria famiglia, quella serenità che gli ultimi anni hanno inevitabilmente cancellato. Resta però il dato politico. Prima i migranti, poi Vannacci, oggi Roggero. Cambiano i protagonisti, ma non il metodo: individuare una figura capace di polarizzare il dibattito, trasformarla nel simbolo di una battaglia e tentare di convertire l’emozione in consenso.
È una strategia che in passato ha portato risultati importanti, ma che oggi appare anche il segno di una difficoltà: quella di costruire un progetto politico capace di parlare agli elettori senza dover necessariamente affidarsi, ogni volta, a un nuovo caso simbolo. La vera partita, quindi, non riguarda soltanto Roggero. Riguarda la capacità della Lega di dimostrare se dietro questa operazione esista una visione della giustizia e dello Stato o soltanto l’ennesima ricerca del candidato destinato a occupare il centro del dibattito mediatico. Perché i simboli possono vincere un’elezione, ma difficilmente bastano, da soli, a costruire una stagione politica.
Angelo Santoro

Lascia un commento