
C’è stato un tempo in cui il giornalismo aveva un compito preciso: raccontare i fatti, separarli dalle opinioni e lasciare ai lettori il diritto di formarsi un giudizio. Oggi, troppo spesso, quella distinzione si è dissolta.
Una parte significativa dell’informazione italiana sembra aver sostituito l’analisi con la narrazione. Il fatto passa in secondo piano, mentre prevalgono retorica, moralismo e una costante ricerca dell’emozione. Ogni notizia deve commuovere, indignare o dividere. Se non suscita una reazione viscerale, sembra quasi non avere valore.
Il risultato è un racconto pubblico in cui il sentimentalismo prende il posto della razionalità. Le questioni più complesse, dall’immigrazione alla sicurezza, dall’economia alla giustizia, vengono spesso affrontate più sul piano emotivo che su quello dei dati, del diritto e delle conseguenze concrete.
In questo contesto si è affermata anche una crescente tendenza a interpretare le norme secondo criteri politici o morali piuttosto che secondo il loro significato giuridico. Le leggi finiscono per essere considerate giuste o sbagliate non in base alla loro applicazione uniforme, ma a seconda di chi ne è destinatario o della causa che si intende sostenere. È una deriva che alimenta confusione e indebolisce il principio di uguaglianza davanti alla legge.
Parallelamente, il richiamo all’identità nazionale viene spesso trattato con sospetto, come se parlare di appartenenza, cultura, storia e interesse nazionale fosse qualcosa da giustificare anziché un elemento naturale di qualsiasi democrazia. Eppure ogni Paese maturo costruisce il proprio futuro partendo dalla consapevolezza di ciò che è stato e di ciò che rappresenta.
A fare da sfondo c’è un linguaggio sempre più uniforme. Opinionisti, conduttori, editorialisti e commentatori sembrano spesso muoversi all’interno dello stesso recinto culturale, utilizzando le stesse parole, gli stessi schemi interpretativi e persino le stesse conclusioni. Il pluralismo, che dovrebbe essere la ricchezza dell’informazione, rischia così di trasformarsi in una semplice illusione.
E poi arriva quasi sempre l’epilogo. Dopo editoriali, dibattiti televisivi e lunghi monologhi, ecco la conclusione rassicurante: un richiamo alla solidarietà, un invito all’accoglienza universale, una citazione evangelica o la benedizione finale di un Papa, come se il richiamo morale fosse sufficiente a chiudere qualsiasi discussione, anche quando il tema riguarda diritto, economia, sicurezza o geopolitica.
La compassione è una virtù. Ma non può sostituire la responsabilità politica. L’etica è fondamentale, ma non può diventare il criterio con cui si riscrivono le leggi, si ignorano i numeri o si evitano le domande più scomode.
Una democrazia sana ha bisogno di un’informazione capace di distinguere tra cronaca e propaganda, tra opinione e fatto, tra empatia e analisi. Perché il compito del giornalismo non è accompagnare il pubblico verso una conclusione prestabilita, ma offrirgli tutti gli strumenti necessari per arrivarci con la propria testa.
Se le uniche alternative restano “4 Ristoranti” di Alessandro Borghese o i lipomi della dottoressa Pimple Popper, forse qualche domanda dovremmo iniziare a porcela.
Piero Terracina

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