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Perù, la rivincita di Fujimori

La vittoria di Keiko Fujimori nelle elezioni presidenziali più serrate della storia del Perù riapre vecchie ferite e riporta al potere nel Paese sudamericano il nome di una dinastia politica controversa. Con il 98,8% delle schede scrutinate, l’esito del voto si è determinato solo nella tarda serata di ieri, quando è apparso chiaro che lo sfidante Roberto Sanchez non avrebbe più potuto recuperare lo svantaggio. Anche se l’Onpe, l’organismo elettorale peruviano, annuncerà ufficialmente il vincitore a metà luglio, è dunque ormai chiaro che dal 28 luglio, data dell’insediamento, Fujimori sarà la prossima presidente del Perù e la prima donna a ricoprire tale carica.

di Alessia De Luca | 26 Giugno 2026

La vittoria di Keiko Fujimori nelle elezioni presidenziali più serrate della storia del Perù riapre vecchie ferite e riporta al potere nel Paese sudamericano il nome di una dinastia politica controversa. Con il 98,8% delle schede scrutinate, l’esito del voto si è determinato solo nella tarda serata di ieri, quando è apparso chiaro che lo sfidante Roberto Sanchez non avrebbe più potuto recuperare lo svantaggio. Anche se l’Onpe, l’organismo elettorale peruviano, annuncerà ufficialmente il vincitore a metà luglio, è dunque ormai chiaro che dal 28 luglio, data dell’insediamento, Fujimori sarà la prossima presidente del Perù e la prima donna a ricoprire tale carica. Ma dopo settimane di contestazioni e divergenze, e sebbene gli osservatori internazionali abbiano affermato che entrambi i turni elettorali si siano svolti regolarmente, Sanchez ha dichiarato che non riconoscerà la vittoria di Fujimori e ha invitato i peruviani a scendere per le strade e protestare durante il fine settimana. “Non riconosceremo quel governo e dichiareremo lo stato di lotta politica e sociale: un movimento di resistenza popolare e patriottica”, ha scritto Sanchez in un post su X. Le sue dichiarazioni sono l’ultimo segnale delle tensioni e instabilità che attraversano il fragile sistema politico peruviano, che ha visto succedersi nove presidenti nell’arco dell’ultimo decennio.

Una campagna low and order? 

Keiko Fujimori, first lady durante la presidenza di suo padre, ha costruito la sua campagna elettorale sull’emergenza sicurezza. In un momento in cui il Perù si trova a fare i conti con un’impennata di omicidi ed estorsioni, questi temi hanno scalzato corruzione ed economia dalla cima delle preoccupazioni dei peruviani, e Fujimori ne ha fatto il perno della sua offerta politica. Tra le sue proposte c’era il ripristino dei “giudici senza volto”, un sistema di tribunali controverso utilizzato negli anni ’90 per perseguire casi di terrorismo e droga, successivamente condannato dalle organizzazioni per i diritti umani per aver minato il principio del giusto processo. Lo slogan sfoggiato nei dibattiti televisivi – “Abbiamo bisogno di ordine: ordine per vivere, ordine per investire, ordine per lavorare” – ha fatto breccia nel voto urbano e della classe media. Ha inoltre posto l’accento sulla stabilità economica, sulla necessità di contenere l’immigrazione e su legami più stretti con Washington, riecheggiando altri governi conservatori della regione. La sua carriera politica è però segnata da problemi legali. Fujimori ha trascorso quasi un anno e mezzo in custodia cautelare tra il 2018 e il 2020 per accuse di finanziamento illecito della campagna elettorale, poi ritirate l’anno scorso. Gli oppositori sostengono inoltre che il suo partito di destra, Forza Popolare, abbia contribuito al più ampio ciclo di instabilità del Perù. In qualità di parlamentare, infatti, ha guidato una coalizione che ha destituito diversi leader nell’ultimo decennio, in un Paese in cui attualmente quattro ex presidenti si trovano attualmente in carcere. 

Una figura controversa? 

Secondo gli analisti, il suo successo – dopo quattro tentativi andati a vuoto –  sottolinea la pervicacia del “fujimorismo”, il movimento nato attorno alla figura del suo defunto padre, Alberto Fujimori, ex presidente peruviano dal 1990 al 2000. Ma mentre i suoi sostenitori ne lodavano la fermezza durante un periodo di crisi esistenziale per il Paese, i suoi oppositori lo considerano un dittatore responsabile di abusi diffusi. Nel 1992, con l’appoggio dei militari, sciolse il Congresso e governò per decreto, supervisionando la sterilizzazione forzata di migliaia di indigeni peruviani. Fu incarcerato per corruzione e violazioni dei diritti umani, trascorse 16 anni in prigione  e morì nel 2024 dopo essere stato rilasciato per motivi di salute. Dopo essersi inizialmente distanziata dall’eredità paterna, Keiko l’ha progressivamente riabbracciata, presentandosi nell’attuale campagna elettorale come una figura forte, capace di ristabilire l’ordine in un paese sull’orlo del caos.

Un paese spaccato? 

Con il 50,12% contro il 49,88% di Sánchez, uno scarto di circa 43mila voti, la vittoria di Fujimori è la più risicata della storia moderna peruviana e fotografa un paese spaccato a metà. La polarizzazione non è tuttavia un’anomalia locale: al contrario, si inserisce in un’ondata che percorre l’America Latina, dove candidati di destra e centro-destra hanno vinto dodici delle ultime quindici elezioni presidenziali, capitalizzando sulla stanchezza democratica e sull’insicurezza diffusa, e guardando spesso con esplicita ammirazione all’approccio di Donald Trump. E molti hanno cercato, e ottenuto, l’appoggio esplicito del presidente americano. Ma a ben guardare, la regione è fortemente polarizzata, e alcune vittorie – come quella in Perù – sono state estremamente risicate. Fujimori avrà un vantaggio che nessuno dei suoi predecessori ha avuto: il partito Forza Popolare detiene il blocco parlamentare più robusto nel nuovo Congresso, aprendo la strada a riforme rapide ma alimentando al contempo i timori dell’opposizione. Con un paese così diviso, la scommessa sulla governabilità è tutt’altro che vinta.  

Il commento 

Di Antonella Mori, Head Programma America Latina ISPI

“Con gli esiti delle ultime due elezioni presidenziali in Perù e in Colombia, il presidente Trump potrà contare su altri due importanti alleati nella regione per promuovere la propria agenda: il contrasto al narcotraffico e all’immigrazione illegale, nonché il contenimento dell’influenza cinese in America Latina. Tra questi, il primo tema sarà probabilmente il più rilevante nei prossimi mesi. Il presidente americano ha infatti dichiarato di essere disposto a ricorrere alla forza militare statunitense per smantellare i cartelli della droga e le organizzazioni criminali operanti nella regione. Se Colombia e Perù autorizzassero le forze armate statunitensi a condurre operazioni congiunte sul proprio territorio per colpire i vertici dei cartelli, ciò non rappresenterebbe un colpo decisivo al narcotraffico, ma costituirebbe un’importante opportunità politica per Trump in vista delle elezioni di metà mandato. Operazioni di successo, come la recente uccisione del leader del Tren de Aragua in Venezuela, tendono infatti a rafforzare la sua popolarità negli Stati Uniti”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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