
di Lorenzo Borga*

Per anni la Cina è stata accusata dai partner occidentali di aver sussidiato alcuni settori della propria economia per guadagnare quote di mercato e sbaragliare la concorrenza. Insomma, di aver giocato con regole truccate. Finora il dibattito si è spesso basato su stime indirette. Un recente rapporto dell’OCSE – di cui Pechino non fa parte – fornisce ora evidenze sul supporto ricevuto dalle aziende cinesi in diversi settori chiave.
Per farlo, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha ricostruito vent’anni di sostegno pubblico ricevuto da oltre 500 grandi gruppi industriali attivi nei principali settori manifatturieri mondiali. E ha riscontrato un dato significativo: il 2024 è stato l’anno dalla Grande crisi finanziaria in cui il supporto pubblico ha raggiunto i livelli più alti a livello globale, per il peso nei bilanci aziendali. Una corsa spinta in particolar modo dalla Cina: tra il 2005 e il 2024 le società cinesi hanno beneficiato in media di un sostegno pubblico tra tre e otto volte superiore rispetto ai concorrenti dei Paesi OCSE.
Non si tratta soltanto di contributi diretti. Una parte importante degli aiuti arriva attraverso prestiti concessi a condizioni particolarmente favorevoli dalle grandi banche controllate dallo Stato. Questo è vero in particolar modo per la Repubblica popolare cinese, in cui i prestiti a tasso agevolato sono valsi dieci volte tanto quelli nei Paesi OCSE.
Il dato più interessante, però, riguarda gli effetti. Secondo stime dell’organizzazione, circa il 22% dei guadagni di quote di mercato registrati dalle imprese che sono cresciute tra il 2005 e il 2023 può essere spiegato dai sussidi ricevuti. Per le aziende cinesi la percentuale sfiora il 60%. In altre parole, più della metà dell’espansione globale delle imprese cinesi sarebbe riconducibile al sostegno pubblico. E la Cina ha fatto passi da gigante nella conquista del mercato globale, in buona parte dei 15 settori presi in considerazione dallo studio. Su pannelli fotovoltaici, cantieristica navale, produzione di acciaio e alluminio, Pechino mantiene posizioni su oltre il 40% del mercato. E non è un caso che tra questi compaiano molti dei prodotti colpiti dai dazi statunitensi o europei.
Il caso più emblematico è quello dei pannelli fotovoltaici. L’OCSE identifica il settore come quello che ha beneficiato del maggiore livello di sostegno pubblico. Non sorprende che proprio qui la trasformazione sia stata più radicale. In poco più di vent’anni la Cina è passata da attore marginale a dominatore quasi assoluto del mercato mondiale: in due decenni la quota detenuta dai suoi produttori è salita dal 14% a oltre il 90%. Questa espansione ha avuto effetti contraddittori. Da un lato, ha contribuito ad abbattere drasticamente il costo dell’energia solare, accelerando la diffusione delle rinnovabili in tutto il mondo. Dall’altro, ha messo fuori mercato numerosi concorrenti europei e americani, incapaci di competere con prezzi sostenuti da una filiera fortemente supportata dallo Stato. È interessante notare la reazione occidentale degli ultimi anni: le politiche industriali dei Paesi OCSE hanno portato a un drastico aumento dei sussidi pubblici al settore dal 2023 in poi.
Lo stesso schema si ritrova nel settore automotive. Le società cinesi negli ultimi vent’anni hanno ricevuto il doppio del supporto pubblico in termini assoluti e il quadruplo in termini relativi rispetto alla concorrenza OCSE. L’accelerazione è stata particolarmente evidente dal 2019, con il boom dell’auto elettrica prodotta in Cina. Non sorprende quindi che proprio i veicoli a batteria siano diventati uno dei principali terreni di scontro commerciale tra il Paese asiatico, gli Stati Uniti e l’Unione europea.
Ma potremmo essere vicini a un punto di svolta. Il governo cinese ha messo parzialmente un freno alla politica espansiva degli anni scorsi. L’esplosione di alcuni settori, infatti, ha portato a una sovraccapacità produttiva – fabbriche costruite per produrre più di quanto il mondo sia disposto a comprare – che ha assunto dimensioni impressionanti. Per esempio, i pannelli fotovoltaici oggi costano talmente poco che non è conveniente produrli nemmeno in Cina. La Repubblica popolare ha costruito una capacità produttiva doppia rispetto alla domanda globale. E la bolla è scoppiata: più di 40 produttori solari cinesi sono falliti o sono stati acquisiti. Un terzo della forza lavoro dei primi cinque produttori è stato licenziato. Nel settore delle batterie la situazione è analoga: secondo diverse stime, la capacità installata cinese supera ampiamente la domanda mondiale prevista per i prossimi anni.
Per anni la globalizzazione è stata raccontata come una competizione tra imprese. Oggi assomiglia sempre di più a una competizione tra governi. I sussidi cinesi ne sono forse l’esempio più evidente: non sono soltanto una politica industriale, ma il sintomo di un’economia mondiale che si sta lentamente frammentando in blocchi rivali
Lorenzo Borga
*Istituto Ispi

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