
Le trattative sulla guerra in Ucraina e quelle sul dossier nucleare iraniano continuano a procedere secondo un andamento apparentemente contraddittorio. A ogni apertura segue una frenata, a ogni annuncio di svolta corrisponde una nuova fase di tensione. È il segno di una diplomazia che non riesce ancora a trasformare la necessità della pace in una decisione politica definitiva. Da una parte Washington e Teheran si inseguono tra proposte, ultimatum e mediazioni. Dall’altra Mosca e Kiev mantengono aperti i canali del dialogo mentre il conflitto continua a produrre vittime, distruzioni e instabilità. Dietro questi continui stop and go si nasconde una realtà che riguarda meno i tavoli negoziali e molto di più le difficoltà interne dei principali protagonisti.
Donald Trump guarda con crescente preoccupazione all’appuntamento delle elezioni di Mid Term. I sondaggi registrano un progressivo indebolimento del consenso repubblicano e l’economia americana non offre più le rassicurazioni degli anni passati. Inflazione persistente, rallentamento della crescita, consumi meno dinamici e un debito pubblico sempre più pesante rappresentano un terreno fertile per le critiche dell’opposizione. In questo quadro il presidente americano avrebbe bisogno di un risultato internazionale capace di rafforzare la propria immagine di leader risolutore. Una distensione con l’Iran e una prospettiva concreta di soluzione del conflitto ucraino costituirebbero un successo importante da spendere sul piano elettorale. Tuttavia ogni concessione comporta rischi politici e per questo la Casa Bianca continua a oscillare tra fermezza e dialogo, determinazione e prudenza.
Anche Vladimir Putin si trova di fronte a un passaggio delicato. La guerra in Ucraina ha dimostrato la capacità di resistenza della Russia ma ha prodotto costi economici e sociali enormi. Le sanzioni internazionali, l’inflazione, la stagnazione di alcuni comparti produttivi e la crescente dipendenza dall’economia militare stanno modificando gli equilibri interni del Paese. Al tempo stesso si moltiplicano i segnali di un dissenso che, pur lontano dal trasformarsi in una vera alternativa di governo, appare più visibile rispetto agli anni precedenti. Non è un caso che il Cremlino continui a rinviare decisioni importanti sul calendario politico nazionale. Putin sa che una pace percepita come una resa sarebbe pericolosa quanto una guerra senza sbocchi. Per questo mantiene aperta la porta del negoziato senza compiere passi che possano essere interpretati come un cedimento.
La situazione presenta dunque una singolare convergenza. Stati Uniti e Russia, pur restando rivali strategici, condividono oggi problemi economici e finanziari che non si vedevano con questa intensità da oltre vent’anni. Entrambe le potenze devono confrontarsi con crescita debole, tensioni sociali, difficoltà di bilancio e opinioni pubbliche sempre meno disposte a sostenere conflitti prolungati. La pace rappresenta quindi una necessità oggettiva ma anche un rischio politico. Trump teme il verdetto delle urne. Putin teme l’erosione del consenso. Nessuno dei due può permettersi di apparire sconfitto. Ecco perché i negoziati avanzano lentamente e spesso sembrano tornare al punto di partenza. Ma proprio la pressione esercitata dalle rispettive difficoltà interne potrebbe diventare il fattore decisivo per sbloccare situazioni che sul terreno militare sembrano ormai vicine al limite della loro sostenibilità. La storia insegna che le guerre finiscono quando il prezzo della loro prosecuzione diventa superiore ai vantaggi che promettono. Quel momento, per molti protagonisti della scena internazionale, potrebbe non essere lontano.
Cesare Mannucci

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