
La risposta di Vladimir Putin alla recente apertura diplomatica di Volodymyr Zelensky non si è fatta attendere e assomiglia sempre più alla reazione di un uomo che ha smesso di cercare una via d’uscita e ha deciso di trascinare con sé tutto ciò che gli resta attorno.
Da oltre tre anni il presidente ucraino continua a lasciare aperta una porta alla diplomazia. Non perché l’Ucraina sia in una posizione di debolezza, ma perché ogni guerra, prima o poi, termina attorno a un tavolo e non sul campo di battaglia. Eppure, ogni volta che si presenta un’occasione per fermare il massacro, dal Cremlino arriva la stessa risposta: nuove condizioni, nuove pretese, nuovi ultimatum.
Il problema è che il tempo non sta lavorando a favore della Russia.
L’economia russa continua a reggersi su una gigantesca economia di guerra che divora risorse, uomini e capitali. Intere generazioni vengono sacrificate per conquistare pochi chilometri di terreno che spesso vengono persi qualche settimana dopo. Le sanzioni non hanno provocato il collasso immediato che molti prevedevano, ma stanno lentamente erodendo la capacità del sistema di sostenere un conflitto senza fine.
Nel frattempo l’Ucraina continua a ricevere supporto economico, militare e tecnologico da gran parte dell’Occidente. Nonostante le inevitabili oscillazioni della politica internazionale, nessuno dei principali attori occidentali sembra disposto ad accettare che Mosca possa imporre con la forza una ridefinizione dei confini europei.
Per questo motivo la risposta di Putin alla mano tesa di Zelensky assume sempre più i contorni di una scelta suicida.
Ogni rifiuto allontana la possibilità di una soluzione negoziata favorevole alla Russia e avvicina il conflitto a una guerra di logoramento che Mosca può sostenere solo pagando un prezzo sempre più elevato. È la logica di chi continua a rilanciare al tavolo da gioco quando le fiches stanno finendo.
La sensazione è quella di assistere ai movimenti di un leader che non può più permettersi di vincere poco e che quindi è costretto a inseguire una vittoria totale ormai fuori portata. Una condizione pericolosa, perché nella storia sono proprio i dirigenti politici che non vedono più una via d’uscita ad assumere le decisioni più irrazionali.
La lettera di Zelensky poteva rappresentare un salvagente politico. Non necessariamente la fine della guerra, ma almeno l’inizio di un percorso che consentisse a entrambe le parti di uscire dal conflitto salvando ciò che resta.
Putin ha scelto ancora una volta di respingerlo.
Ed è forse questo il dato più inquietante. Non la prosecuzione della guerra, ma l’incapacità di comprendere che esiste un momento in cui persino la sopravvivenza di uno Stato impone di distinguere tra orgoglio e realtà.
Quando un leader continua a combattere contro la matematica, contro l’economia, contro la demografia e contro il tempo, smette di apparire come uno stratega e comincia ad assomigliare a ciò che molti osservatori intravedono ormai da mesi: un morto che cammina convinto di poter negoziare con la storia.
Mah… Non ci resta che aspettare pazientemente gli eventi.
L’ unico dato di fatto è che Trump e Putin sono due pazzi.
Piero Terracina

Lascia un commento