Un ballo in maschera, delude la regia di Carrasco

Al Teatro del Maggio mancava da circa un trentennio una rappresentazione in forma scenica di Un ballo in maschera di Verdi, visto che nel 2007 era stato realizzato in forma semiscenica e nel 2020 in quella di concerto; dunque questa lunga assenza può suscitare qualche stupore, se si considera che si sta parlando di un’opera verdiana rappresentata con una discreta frequenza a livello nazionale e non solo. Ciò detto, non vi è dubbio che in tale occasione si sia trattato di un allestimento scenico e di una regia tutt’altro che tradizionale, che ha lasciato, tuttavia, alcune perplessità.
Come anticipato, infatti, dall’argentina Valentina Carrasco, regista in passato collaboratrice de La Fura dels Baus e con alle spalle numerosi allestimenti operistici, l’idea portante di questo “Ballo” consisteva nell’ambientare la vicenda nei primi anni ’60 negli Stati Uniti, facendo così coincidere la figura di Riccardo, governatore di Boston, con quella del presidente John Fitzgerlald Kennedy. Una soluzione registica che, pur avendo una sua teorica validità, non ha convinto dal punto di vista della realizzazione scenica, a cominciare dal fatto che il protagonista Riccardo è stato trasformato in una sorta di seduttore seriale (come effettivamente pare che fosse il compianto ex presidente USA), che esercita anche violenza nei confronti dell’amata Amelia, aspetto del tutto assente nel libretto di Antonio Somma; a ciò si aggiunga l’idea (questa volta davvero poco comprensibile sul piano drammaturgico) di trasformare Ulrica in un Martin Luther King che predica alla folla. Se consideriamo, infine, le persistenti foto e video utilizzati come scenografie, al punto da mettere in secondo piano l’aspetto recitativo, si arriva alla conclusione che la messinscena di questo Ballo in maschera, dopo decenni di attesa, avrebbe potuto avere una sorte migliore.
Per quanto riguarda il versante canoro, il discorso è invece ben diverso, dato che nel complesso il cast è apparso di livello molto buono, a iniziare dal Riccardo interpretato da Antonio Poli, dotato di una penetrante voce tenorile e capace di dar vita in modo espressivo ed intenso alla figura del Conte di Warwich; molto convincente anche Chiara Isotton, che ben interpreta il personaggio di Amelia, avvalendosi di una vocalità raffinata, soprattutto per il bel timbro luminoso. Ottime anche le interpretazioni del baritono Bogdan Baciu, un Renato di notevole presenza scenica, di Ksenia Dudnikova, un’incisiva Ulrica, alias Martin Luther King e di Lavinia Bini, un Oscar trasformato in una sorta di segretaria di Riccardo/John Fitzgerald.
Sul podio il giovane (appena trentunenne) austriaco Emmanuel Tjeknavorian, al suo debutto come direttore di un’opera lirica e che aveva suscitato un’ottima impressione – a chi scrive – nel concerto in cui ha guidato gli orchestrali del Maggio in un’attenta e al tempo stesso coinvolgente lettura della Quinta di Mahler (sabato 16, il giorno precedente la replica del “Ballo”, cui si riferisce questa recensione). Tjeknavorian ha mostrato una toccante musicalità e una notevole sicurezza in questa sua ‘prima’ direzione d’opera, in cui ha cercato di mantenere un adeguato equilibrio sonoro per non ‘soffocare’ i cantanti e ha manifestato anche una certa sintonia espressiva con le tinte verdiane; non sono mancate alcune lievi scollature con il palcoscenico, ma siamo convinti che il giovane maestro (e violinista) austriaco potrà ampiamente crescere e maturare nella direzione operistica. Ottime anche le prove di tutti gli strumentisti e del coro, egregiamente preparato da Lorenzo Fratini.
Caloroso successo di pubblico, condito da un po’ di fischi, presumibilmente rivolti alla regia.
Luca Summer

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