
Il governo Meloni con puntualità mensile si presenta ancora una volta agli italiani per elogiarsi, parlando di record storico dell’occupazione.
Ma quella che viene venduta come una crescita solida del lavoro è in realtà la fotografia di un Paese fragile che va avanti per inerzia ed è sempre più ingiusto.
Il record dell’occupazione è in realtà il record del nostro invecchiamento.
I numeri assoluti dicono che in un anno ci sono 269mila occupati in più.
Ma l’aumento si concentra tutto nelle fasce più anziane. Gli over 50 crescono di 419mila unità, compresi molti over 65. Nel frattempo, tra giovani e fascia centrale della vita produttiva, cioè gli under 50, si perdono circa 150mila occupati.
L’occupazione invecchia per tre motivi: il crollo demografico (ci sono meno giovani), il blocco del turn-over causato dall’innalzamento dell’età pensionabile, e i salari che sono così bassi da costringere ad accettare ogni occupazione anche la più precaria, non esistendo più nei fatti nessuna regola nel mercato del lavoro.
La forza lavoro, che una volta era costituita da occupazione prevalentemente stabile, è stata oggi integrata da un esercito di lavoratori di riserva, i quali basta che facciano un’ora di lavoro nella settimana di riferimento dei dati per essere considerati occupati.
Il governo fa propaganda e racconta bugie.
L’obiettivo dell’Istat, secondo le regole stabilite dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e adottate da Eurostat, non è misurare la qualità del lavoro o se lo stipendio sia sufficiente per vivere, ma semplicemente mappare il coinvolgimento minimo della popolazione nell’attività economica.
Ma la verità è che il lavoro non basta più per vivere. Oggi, avere un lavoro non significa più essere al sicuro dalla povertà.
A maggio l’inflazione torna a mordere: +3,2% su base annua, spinta soprattutto dalla nuova fiammata dei beni energetici, saliti del 12,6%.
Secondo il Codacons, questo aumento si traduce in 1.461 euro in più all’anno per una famiglia con due figli.
Intanto, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nelle sue Considerazioni finali ha lanciato un allarme chiarissimo: se le tensioni geopolitiche continueranno a pesare, a partire dal blocco dello stretto di Hormuz, l’inflazione in Europa potrebbe superare il 6% e la crescita italiana rischierebbe una ulteriore contrazione.
A fine dello scorso anno, i salari reali in Italia erano ancora di 2 punti percentuali sotto i livelli del 2019. Significa che lavoriamo di più, ma valiamo meno. O meglio: veniamo pagati meno, mentre tutto intorno costa di più.
Non tutti, però, pagano la crisi allo stesso modo perché, se i salari soffrono, i profitti e le rendite non sono mai stati così bene.
I dati macroeconomici di Istat, Banca d’Italia e BCE mostrano una tendenza chiarissima dal 2016 al 2026: la quota spettante al lavoro si è ridotta, mentre le quote destinate a profitti societari e rendite finanziarie sono cresciute, toccando picchi storici durante e dopo la crisi inflazionistica del 2022-2023.
Storicamente, in Italia la quota salari oscillava intorno al 53-54% del valore aggiunto. Con la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022, la quota salari è scesa vistosamente, assestandosi intorno al 50-51%. I salari non sono riusciti a tenere il passo con l’aumento dei prezzi. Guardando all’ultimo quinquennio, l’Istat certifica che dal 2019 i salari reali hanno perso complessivamente l’8,6% del loro potere d’acquisto a causa dell’inflazione non recuperata.
La quota profitti, quello che resta alle aziende dopo aver pagato dipendenti e tasse sulla produzione, tipicamente tra il 40 e il 41, nel biennio dello shock energetico, 2022-2024, ha registrato un’impennata eccezionale, salendo in molti settori industriali e dei servizi (energia, logistica, banche) oltre il 43-44%.
Gli studi della BCE e di Banca d’Italia hanno confermato che nei picchi inflazionistici del 2022 e 2023, oltre il 50% dell’inflazione totale è stata generata dall’aumento dei margini di profitto delle imprese, che hanno aumentato i prezzi di vendita ben oltre il puro incremento dei costi delle materie prime.
Nel biennio, 2022-20223, si è avuta anche l’esplosione della rendita bancaria: con il rialzo dei tassi d’interesse (passati dallo 0% a oltre il 4% per frenare l’inflazione), si è verificato il più grande trasferimento di ricchezza verso la rendita finanziaria degli ultimi vent’anni. I margini di interesse delle banche (la differenza tra quanto fanno pagare i mutui e quanto remunerano i conti correnti) sono aumentati in media di oltre il 40-50% tra il 2022 e il 2025, generando utili miliardari basati puramente sulla rendita da capitale.
In generale, se i governi di centrosinistra e di unità nazionale non erano stati particolarmente attenti ai salari, il governo Meloni ha rappresentato un vero disastro per i lavoratori.
Meloni continua a raccontare un’Italia che non esiste mentre nei fatti ha ingrassato profitti e rendite finanziarie riducendo i lavoratori letteralmente alla fame e impoverendo i ceti medi.
I dati macroeconomici degli ultimi anni, in particolare dal 2022, da quando è iniziato il governo della destra, parlano chiaro: siamo di fronte a un governo di classe che tutela i grandi capitali industriali e bancari a scapito di chi vive del proprio lavoro.
Se vogliamo che l’Italia torni a crescere in modo sano ed equo serve un’alternativa che faccia il percorso esattamente inverso: rimettere al centro le tutele per il lavoro, tassare i profitti e le rendite speculative, e ridistribuire la ricchezza sia in salario diretto nelle buste paga, sia in salario indiretto finanziando sanità, istruzione, edilizia pubblica e protezione sociale.”
Consiglio finale agli amici di questa pagina: quando saremo chiamati a votare bisognerà tenere ben presente l’ultima frase che ho scritto in questo post e diffidare di chi, anche nello schieramento alternativo alla destra, non dice con chiarezza queste cose facendo discordi generici e proponendo formule astratte.
Enrico Rossi

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