
Trump è arrivato a Pechino indebolito dalla guerra in Iran e dalla prova sempre più evidente che in tutti i campi l’America non riesce più a esercitare il dominio assoluto dei decenni passati.
L’uomo che aveva promesso di “far tornare grande l’America” ha fallito e si è trovato davanti una Cina che tratta con gli USA da pari a pari e che, pubblicamente seppure con toni cortesi, lo mette in guardia su Taiwan, perché “se il dossier sarà gestito male si rischia la guerra”.
Questa è la novità storica del vertice.
I sorrisi, i banchetti, gli accordi sulla soia e sui Boeing, e i contratti che porteranno profitti ai megacapitalisti al seguito di Trump sono solo il contorno del fatto davvero rilevante: Xi Jinping ha parlato come il leader di una potenza che considera finita l’epoca dell’egemonia americana.
Trump cerca affari, stabilità sui mercati, aiuto su Hormuz e rassicurazioni sulle terre rare.
La Cina invece detta il quadro politico: stabilità sì, ma a condizioni nuove. E soprattutto con il riconoscimento implicito che il mondo non è più unipolare.
Per decenni gli Stati Uniti hanno imposto regole, guerre, commercio e finanza globale. Oggi devono fare i conti con una potenza che ha accumulato capitale, tecnologia, forza industriale e influenza geopolitica sufficienti per resistere e negoziare da una posizione di forza.
Taiwan è il punto simbolico di questo passaggio storico.
Xi lo ha detto chiaramente: senza prudenza americana si rischia il conflitto. E Trump, almeno per ora, è stato in silenzio, ha evitato lo scontro verbale. Si è limitato a usare parole molto concilianti verso la Cina e verso Xi stesso, parlando di amicizia, rispetto reciproco e grandi relazioni future.
In sostanza, Xi ha parlato da potenza ormai pienamente globale, sicura di sé. Trump ha cercato soprattutto di mantenere aperto il negoziato economico e geopolitico, in particolare chiedendo aiuto sull’Iran.
Dentro questo cambiamento negli equilibri tra le grandi potenze mondiali c’è anche tutta la debolezza europea.
L’Europa avrebbe tutto il diritto e tutto l’interesse ad avere una politica estera autonoma, capace di parlare con una sola voce sia con Washington che con Pechino.
Non come spazio subordinato dentro le strategie altrui, ma come soggetto politico indipendente nel nuovo equilibrio mondiale.
Il mondo multipolare ormai esiste già. E il problema è che l’Europa governata dalla Von der Leyen e dalla destra continua a comportarsi come se non se ne fosse accorta.
Lo abbiamo sentito ancora una volta al Senato per bocca di Meloni: L’Europa della destra é quella che mantiene i veti nazionali, é l’Europa dei singoli stati separati, che al massimo fanno accordi su singoli questioni e che corrono poi a mettersi in ginocchio per primi davanti all’alleato americano.
Anche questa politica è completamente fallita insieme a quella di Trump.
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Enrico Rossi

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