
Lunedì il presidente Donald Trump ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran era “in terapia intensiva” dopo aver ricevuto quella che ha definito “spazzatura” la risposta di Teheran al suo penultimatum, già scaduto da una settimana, rispetto alla proposta statunitense per porre fine alla guerra. Come se fosse il padrone di casa rispetto all’ inquilino moroso Trump ha definito la controproposta iraniana “ incredibilmente debole, dopo aver letto quella schifezza che mi hanno mandato, non l’ho nemmeno finita”.
Trump vorrebbe chiudere la trattativa ma Netanyahu è contrario
Dopo non essere riuscito a ottenere una vittoria decisiva contro l’Iran, garantita da Netanyahu, né un cambio di regime né la consegna del materiale fissile né la distruzione dell’arsenale missilistico Trump si trova ora ad affrontare in casa sia un deterioramento delle condizioni macroeconomiche in vista delle elezioni di medio termine di novembre, che opzioni militari decisamente limitate costretto a scegliere tra il desiderio di una soluzione diplomatica come vorrebbero Rubio e Vance e una rischiosa ripresa delle ostilità come chiede Netanyahu che sabota sistematicamente le trattative assassinando tutti gli eventuali interlocutori iraniani. Le posizioni sono rimaste molto distanti. Gli Stati Uniti non solo vogliono una rinuncia alle ambizioni nucleari dell’Iran, ma anche ai programmi di missili balistici e droni, il sostegno a gruppi islamisti radicali in tutto il Medio Oriente, l’annullamento dei pedaggi che l’Iran vuole imporre sul traffico di Hormuz. Per l’Iran l’ultima posizione negoziale chiede la fine ufficiale della guerra, e non solo l’allungamento del cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, il ritiro di tutte le navi militari impegnate nel blocco navale statunitense, la revoca delle sanzioni americane, la restituzione di tutte le somma sequestrate e trattenute in istituti bancari anche non americani a causa delle sanzioni, un cessate il fuoco effettivo in Libano e ulteriori 30 giorni di colloqui per definire i dettagli. L’Iran non ha chiuso sul nucleare e ha proposto che la discussione sul punto sia oggetto di negoziati successivi. Come affermato da Larry Johnson, ex dirigente della CIA, e altri esperti di strategia “all’Iran non interessa possedere armi nucleari, ha cacciato gli Stati Uniti da tutto il medioriente e colpito duramente Israele utilizzando armi convenzionali di basso costo, ma sta usando il nucleare per ottenere concessioni importanti sugli altri punti della trattativa”. Sui giornali americani due sono le possibili soluzioni più gettonate: continuare il cessate il fuoco e il contro blocco navale americano fino a quando le posizioni dell’Iran siano tanto corrose da cedere e accettare più compromessi. Sarebbe una soluzione auspicabile ma della quale non si comprende la durata. In alternativa Stati Uniti e Israele riprendono le ostilità impiegando tutti i mezzi militari, economici e di altro genere a loro disposizione per forzare il crollo del regime e una resa con un nuovo governo che accetti le condizioni negoziali degli USA. Nel frattempo che Trump decida Arabia Saudita e Qatar hanno dato lo sfratto alle basi militari americane presenti sul loro territorio che peraltro sono già parzialmente inutilizzabili dopo i bombardamenti missilistici iraniani. Questo complica notevolmente le capacità di mantenere il blocco navale dovendo partire da circa 2000 km di distanza da Hormuz. La mia previsione è che gli USA faranno come vuole Netanyahu, e le lobby sioniste che tengono al guinzaglio Trump, molto meno i vertici militari scettici sulla reale efficacia dei massicci attacchi aerei per distruggere quanto più possibile dell’apparato industriale iraniano e degli impianti petroliferi con danni che si protrarrebbero per anni costringendo alla resa l’attuale regime. L’Iran non vincerà ma nemmeno capitolerà e potrebbe infliggere danni gravissimi.
Le retrovie di Trump e Netanyahu si stanno sgretolando
Entrambi non stanno sottovalutando cosa sta succedendo nel mondo intorno alla questione iraniana e alla posizione di Israele e dei sionisti in particolare negli Stati Uniti. Non hanno più retrovie solide di opinioni pubbliche e gruppi politici convinti e concordi nell’operazione. Negli Stati Uniti l’aria per i filo-sionisti, mettendoci dentro ebrei sionisti e cristiani evangelici, sta peggiorando rapidamente. Netanyahu deve affrontare una contestazione crescente di ebrei che contestano le politiche e le azioni di Israele oltre agli ultraortodossi che bruciano le bandiere di Israele . In un ultimo sondaggio di aprile condotto dal Washington Post, ABC News e Ipsos il 66% degli intervistati si dichiara contrario all’intervento in Iran e il 60% ritiene che l’intervento militare statunitense abbia aumentato il rischio di recessione economica. Per un sondaggio della CNN di fine marzo, quasi la metà dei repubblicani (47%) e tre quarti dei democratici (72%) hanno definito il sostegno a Israele un problema che sta creando difficoltà nei rispettivi partiti. Candidati democratici e repubblicani stanno ora conducendo la loro campagna elettorale promettendo di porre fine agli aiuti esteri, economici e militari, a Israele. I gruppi esterni che sostengono Israele sono diventati un peso politico per i candidati che appoggiano nelle elezioni per la Camera e il Senato in tutto il paese, compresi quegli stati in bilico che potrebbero decidere per un ribaltone in entrambi i rami del Congresso. Molti uomini politici hanno apertamente dichiarato di avere rifiutato i finanziamenti delle lobby pro-Israele come le potenti e ricchissime AIPAC e “Koch Network”, che fa capo ai petrolieri Charles Koch e al defunto David Koch. Adam Hamawy, un chirurgo militare che ha prestato servizio come volontario a Gaza e che si candida per i democratici “se vogliono essere eletti o rieletti nel prossimo ciclo elettorale, vedremo sempre più persone critiche nei confronti di Israele rispetto al passato.” A destra, Trump si trova ad affrontare forti critiche dei suoi sostenitori, i quali affermano che la guerra contro l’Iran è in contrasto con la sua promessa “America First”, su posizioni fortemente anti-israeliane, tra cui il podcaster Tucker Carlson, l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, il deputato repubblicano Thomas Massie. Joe Kent, il potentissimo direttore del National Counterterrorism Center, a marzo si è dimesso, dichiarando “è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. Per Pew Research Center il 72% di chi vota per i democratici e il 47% dei repubblicani si dichiara apertamente contrario ad un’ alleanza “senza limiti” con Israele come è stato quasi sempre dal ’48 in poi. Nel 2022 erano rispettivamente il 28% dei democratici e l’8% dei repubblicani. Ma questa è solo la punta dell’iceberg della fronda anti-Israele. Arrivano al sistema politico richieste per istituire una commissione del Congresso per indagare chi sono coloro che sostengono, finanziano e influenzano gli interessi degli Stati Uniti per conto di Israele. Anche dal mondo del cinema e della musica arrivano domande “chi sono i sionisti che boicottano gli artisti che denunciano il genocidio di Gaza e posizioni filo-palestinesi come Susan Sarndon, Javier Bardem e Mark Ruffalo. Secondo Yael Dayan, figlia del generale Moshe, ex parlamentare israeliana, “ Trump è un accanito sostenitore della destra israeliana (Netanyahu) piuttosto che un vero amico di Israele inteso come Stato inclusivo, evidenziando una differenza tra il sostegno al sionismo di destra e il benessere e la sicurezza della comunità ebraica nel suo complesso”. Stephen Walt, ebreo, professore ad Harvard, in un articolo pubblicato su Foreign Policy “ nell’opinione pubblica dall’antisionismo si sta passando rapidamente all’antisemitismo mano a mano che il peggioramento della vita economica della nazione viene posta in relazione con le politiche di Israele e la presa delle sue lobby sullo stato federale”. Trump e Netanyahu vogliono un regime change. Lo avranno.
Fulvio Rapanà

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