
Chiariamo il punto: il fenomeno non nasce da un unico movimento organizzato. È un aggregato di mondi differenti, spesso incompatibili tra loro, che finiscono però per convergere contro Israele, trasformato progressivamente in simbolo politico, culturale e persino psicologico dell’Occidente da colpire.
Dentro questo spazio convivono gruppi molto eterogenei.
C’è l’estrema sinistra anti occidentale, quella cresciuta nell’anti americanismo permanente, nei movimenti no global e nella lettura marxista dei conflitti internazionali. In questa visione Israele diventa l’avamposto militare degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Il conflitto non viene più letto nella sua complessità storica ma ridotto a uno schema coloniale: oppressore contro oppresso.
Accanto a questo universo tossico si muove il mondo woke e intersezionale delle università occidentali. Qui tutto viene filtrato attraverso categorie identitarie rigide: bianco contro non bianco, dominante contro dominato, colonizzatore contro colonizzato. Israele viene inserito nel catalogo globale delle strutture oppressive insieme a capitalismo, patriarcato e imperialismo.
A questo si aggiunge il blocco enorme degli attivisti digitali. Generazioni cresciute dentro TikTok, Instagram e X che consumano guerre, crisi e tragedie come contenuti da scorrere con il dito. Lo slogan sostituisce lo studio, l’emotività sostituisce l’analisi. La kefiah diventa estetica sociale prima ancora che simbolo politico.
Una parte del pacifismo radicale europeo confluisce nello stesso contenitore. Ambienti che considerano quasi sempre illegittima qualsiasi risposta militare occidentale, indipendentemente dal contesto. Difesa e aggressione finiscono per essere fuse dentro un unico rifiuto ideologico della forza.
Non può essere ignorato il blocco islamista vero e proprio, molto più strutturato e consapevole, spesso anche finanziatore e motore ideologico dell’intero sistema: Fratelli Musulmani, reti pan islamiche, ambienti salafiti e gruppi religiosi che usano la questione palestinese come leva identitaria globale. Qui l’antisionismo non è soltanto politico. È religioso, culturale e in molti casi apertamente incompatibile con il modello occidentale.
Dentro le periferie europee il conflitto assume anche una funzione sociale. Molti giovani di seconda o terza generazione vivono la causa palestinese come proiezione della propria frattura con l’Europa: esclusione, rabbia, identità religiosa, ostilità verso le istituzioni. Gaza diventa una bandiera identitaria molto più ampia del conflitto stesso.
A questo si aggiunge una generosa dose di vecchio antisemitismo europeo che non è mai sparito davvero. Ha soltanto cambiato linguaggio. Non parla più direttamente di ebrei ma di lobby, finanza globale, media controllati, poteri occulti, élite sioniste. Gli archetipi restano quasi identici, cambia soltanto il lessico.
Esiste anche una componente complottista trasversale, proveniente tanto dalla destra radicale quanto dagli ambienti anti sistema. Israele viene inserito dentro una narrativa globale fatta di globalismo, controllo mediatico, intelligence, finanza internazionale e manipolazione delle masse.
Perfino alcuni ambienti religiosi progressisti occidentali partecipano a questa dinamica, soprattutto nei settori ultra pacifisti che leggono il conflitto esclusivamente in chiave umanitaria, ignorando completamente la componente jihadista, teocratica e militare presente in molte organizzazioni palestinesi.
Infine esiste il conformismo sociale. Quello più silenzioso ma anche più diffuso. Persone senza una reale posizione geopolitica che si adeguano semplicemente al clima culturale dominante del proprio ambiente. Università, musica, spettacolo, influencer, ambienti artistici e piattaforme digitali hanno trasformato il sostegno alla Palestina in una forma di appartenenza sociale, quasi un lasciapassare morale.
Dentro questo quadro complesso pesa anche un elemento più profondo e raramente affrontato apertamente: l’analfabetizzazione culturale e storica sempre più diffusa in Occidente. Intere generazioni crescono senza strumenti critici solidi, senza conoscenza reale della storia del Medio Oriente e senza capacità di distinguere propaganda, ideologia e realtà geopolitica. In questo vuoto la coesione emotiva di gruppo diventa una necessità esistenziale. Molti non cercano davvero di comprendere il conflitto. Cercano un’identità collettiva, un simbolo, un fronte morale nel quale sentirsi finalmente parte di qualcosa. Il fine ultimo non è la Palestina. È riempire un vuoto personale e sociale sempre più evidente.
Il paradosso è evidente. Femminismo radicale, islamismo conservatore, marxismo rivoluzionario, attivismo LGBT, anti capitalismo e nazionalismo religioso sarebbero incompatibili su quasi tutto. Una miscela tossica ed estremamente pericolosa.
Eppure convergono temporaneamente contro un unico bersaglio.
Israele non viene più percepito come uno Stato reale, con contraddizioni, interessi e conflitti. Diventa un simbolo astratto sul quale una parte dell’Occidente scarica il proprio disagio identitario, politico e culturale.
Piero Terracina

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