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L’impero americano

The Imperial Presidency fu il pamphlet scritto da Jhon Arthur Schleinger jr, contro il secondo mandato di Richard Nixon in pieno caso Watergate. Schlesinger jr. aveva la sufficiente intelligenza per capire che la guerra del Vietnam, conclusa nel gennaio di quell’anno dagli accordi di Parigi, aveva salvaguardato la penisola indocinese dall’espansione di Hanoi. Una volta precluso l’accesso all’oceano indiano ai comunisti, alleata dello scià e dei sauditi, benefattrice dei tailandesi e dei birmani, l’influenza americana si estendeva sino a Singapore ed al Giappone. E ancora l’Egitto non si era distaccato dall’Unione sovietica.

di Riccardo Bruno | 30 Aprile 2026

The Imperial Presidency fu il pamphlet scritto da Jhon Arthur Schleinger jr, contro il secondo mandato di Richard Nixon in pieno caso Watergate. Schlesinger jr. aveva la sufficiente intelligenza per capire che la guerra del Vietnam, conclusa nel gennaio di quell’anno dagli accordi di Parigi, aveva salvaguardato la penisola indocinese dall’espansione di Hanoi. Una volta precluso l’accesso all’oceano indiano ai comunisti, alleata dello scià e dei sauditi, benefattrice dei tailandesi e dei birmani, l’influenza americana si estendeva sino a Singapore ed al Giappone. E ancora l’Egitto non si era distaccato dall’Unione sovietica.

Schlesinger jr. era poi frustrato dalle accuse rivolte a Kennedy di aver messo su un reame come a Camelot. Manco a dirlo, una polemica politica di un ex collaboratore della Casa Bianca, si trasformò in Europa nella leggenda dell’imperialismo americano. E si che a breve i principali partner dell’America nel sud est asiatico, diventarono quei nord vietnamiti che caduto Nixon violarono gli accordi di pace, presentandosi come vincitori di una guerra lunga dieci anni. Che razza di imperialismo poteva mai essere uno sviluppatosi con simili caratteristiche?

Una potenza imperiale presuppone una concezione guerriera che l’America non ha mai condiviso con gli imperi storici. Figurarsi se i romani, o anche i francesi, avessero dovuto chiedere ai governi locali la disponibilità delle proprie basi militari, senza ottenerle. Quanto accadde a Nixon durante la guerra del Kippur. Non che a Trump, cinquant’anni dopo, le cose siano andate molto meglio. La differenza è che Nixon aveva nei confronti dell’Europa un tatto che Trump nemmeno si sogna e non perché Nixon fosse più comprensivo delle ragioni europee. Solo perché considerava l’Europa una zona del mondo ancora parzialmente sviluppata, da cui c’era poco da aspettarsi e quasi niente da ottenere. Trump la sopravvaluta.

Anche costituzionalisti di chiara fama faticano sempre a decifrare funzione e ruolo della presidenza statunitense. Sabino Cassese ha lamentato che Trump affidi incarichi politici ai parenti. Kennedy nominò il fratello ministro della Giustizia ed il ruolo di Robert dell’amministrazione e plausibilmente dell’intera famiglia, mise all’angolo Pentagono, Cia e Fbi. Quando si parla di contropoteri in America, lo si vede dall’Alta Corte che boccia i decreti magnificenti di Donald, non è tanto per darsi un tono. Trump può anche atteggiarsi a Giustiniano o a Napoleone. La differenza è che non si trova fronteggiato dal senato di Bisanzio o da un Cambasèrés che si prostra al suo passaggio. Più facile che gli sparino.

Può darsi che i presidenti statunitensi siano inclini a drammatizzare possibili attentati alle loro auguste persone. Pronti a tutto pur di ribaltare la bilancia dei consensi e la forza delle istituzioni che gli si oppongono, non si fanno scrupoli. Il punto è che a volte ci lasciano le penne. Non c’è presidente sicuro di tornare illeso a casa proprio alla fine del mandato. Nemmeno Lincoln. In genere, gli imperatori dell’età moderna hanno sempre collezionato più chance di sopravvivere dei loro avversari. Ci vuole una Rivoluzione per eliminarli, quella rivoluzione che l’America ha già fatto prima di ogni altro Stato. Ah si, Inghilterra, esclusa. L’Italia, quando mai l’ha fatta una rivoluzione? Non riesce a fare nemmeno una riforma.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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