
Ieri, nelle manifestazioni del 25 aprile, si è vista una scena che racconta più di mille dibattiti. In cortei nati per ricordare la Liberazione e la fine del nazifascismo, le bandiere italiane erano quasi assenti. Al loro posto sventolavano bandiere palestinesi, simboli ideologici, falci e martello, richiami a mondi politici che con la libertà hanno sempre avuto un rapporto ambiguo.
Dentro questa cornice è andato in scena qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora un minimo di memoria storica. Gli esponenti della Brigata Ebraica, reparto reale dell’esercito britannico che combatté contro il nazismo sul suolo italiano, sono stati insultati, contestati e respinti.
Non basta. In mezzo agli slogan è riemersa anche una frase che non dovrebbe trovare spazio in nessuna piazza civile: gli ebrei definiti “saponette mancate”. Una frase che non è provocazione, non è ironia, non è dissenso politico. È antisemitismo puro, costruito sulla memoria della Shoah e sull’umiliazione di chi è stato sterminato.
La Brigata Ebraica non è un simbolo inventato negli ultimi anni. Era composta da volontari ebrei che combatterono contro Hitler sotto il comando alleato. Uomini che arrivarono in Italia con una divisa, rischiarono la vita e parteciparono alla liberazione del Paese. Oggi, paradossalmente, vengono contestati proprio nel giorno che dovrebbe ricordare la sconfitta del nazismo.
Qui non esiste più soltanto una contraddizione politica. Esiste un cortocircuito culturale. Si celebra la liberazione dal totalitarismo e nello stesso tempo si inneggia a simboli, regimi e slogan che con la libertà hanno poco a che fare.
Il problema non è la presenza di bandiere diverse. Il problema è l’incapacità di capire cosa rappresentano. Una parte di queste piazze sembra aver perso qualsiasi orientamento storico. Si confonde la lotta politica con il tifo ideologico, la memoria con l’appartenenza, la storia con la propaganda.
Si inneggia a regimi che opprimono, si romanticizzano movimenti che reprimono dissenso e minoranze, si dimentica che la libertà occidentale, pur con tutti i suoi difetti, è ciò che permette ancora di manifestare, criticare e dissentire.
Esiste una forma di analfabetismo culturale che non nasce dall’assenza di studio, ma dall’incapacità di distinguere il bene dal male quando la realtà diventa scomoda. Si applaude ciò che appare ribellione senza chiedersi quale modello di società si stia davvero sostenendo.
Quando una piazza nata per ricordare la lotta al nazismo arriva a insultare chi quel nazismo lo ha combattuto davvero, qualcosa si è rotto. Non nella politica. Nella memoria.
Il 25 aprile dovrebbe essere una giornata di consapevolezza. Invece, sempre più spesso, diventa il luogo dove la storia viene piegata fino a perdere il proprio significato. E allora resta una domanda inevitabile: se chi ha combattuto il nazismo viene cacciato, insultato e umiliato, cosa si sta davvero celebrando?
Tanta amarezza nell’ assistere impotenti alla fine di uno dei paesi che è stato la culla della cultura occidentale.
Piero Terracina

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