
A Meloni e al suo governo ormai non ne va più una bene: né sul piano internazionale né su quello interno e neppure nei rapporti tra gli alleati.
Vediamo brevemente la triste, solitaria e finale evoluzione della maggioranza più a destra che l’Italia abbia mai avuto al governo nella sua storia repubblicana.
Sulla politica internazionale la scelta di Meloni di servire Trump si è rivelata un fallimento totale e il tentativo in corso di recuperare un ruolo in Europa non è affatto facile dopo aver perso ogni credibilità: altro che statista come amava presentarsi la premier e come sostenevano i giornali filogovernativi!
La guerra in Medio Oriente e gli attacchi a Papa Leone di Trump hanno costretto Meloni ad una repentina presa di distanza e a volare a Parigi mettendosi a servizio di Francia e Inghilterra poco disposte a riconoscere all’Italia un ruolo politico nelle decisioni strategiche.
Così l’Italia dei “patriotti”, dei fratelli meloniani che si gonfiano il petto con la retorica nazionalista, si trova a svolgere una parte ancillare, subalterna, prima con il padrone americano e oggi anche in Europa.
Un esempio raro di vocazione alla servitù volontaria che sembra essere una caratteristica dominante delle scelte e dei comportamenti di Meloni in politica internazionale.
Sul piano interno, il quadro economico delineato dal Documento di Economica e Finanziaria (DEF) del governo agisce come una doccia fredda sulle ambizioni di Meloni e della sua maggioranza.
I numeri del DEF sono chiari: crescita intorno allo 0,5%, debito sopra il 135% e deficit ancora vicino al 3%. Per il governo Meloni, crescere meno degli altri significa avere meno entrate fiscali. Senza crescita, il rapporto debito/PIL (previsto in risalita verso il 137-138% nel 2026) non scende, costringendo il Ministero dell’Economia a fare cassa tagliando i servizi o aumentando le tasse, anziché finanziare le riforme promesse.
È qui che il “tesoretto” di una ventina di miliardi da spendere per la campagna elettorale, con forti tagli alle tasse, sfuma definitivamente: i soldi che non vengono generati dalla crescita devono essere risparmiati per evitare sanzioni da Bruxelles.
In queste condizioni il “tesoretto” non si è mai formato, perché senza crescita lo Stato non genera spazio fiscale.
La terza morsa dentro cui si trova Meloni riguarda i rapporti interni alla maggioranza dove le tensioni stanno diventando sempre più evidenti. Sul piano economico, Antonio Tajani ha sempre spinto per una linea di difesa degli extra profitti delle banche e delle grandi imprese, mentre settori di Fratelli d’Italia e della Lega chiedono interventi più incisivi. Anche sulle riforme istituzionali il clima è tutt’altro che compatto: Fratelli d’Italia accelera sulla riforma elettorale e continua a pensare al premierato, ma Matteo Salvini ha più volte frenato, indicando come priorità la sicurezza e la battaglia contro i migranti. A questo si aggiunge la fragilità interna di Forza Italia, con un’identità non del tutto definita sotto la guida di Tajani e su cui sta intervenendo la famiglia Berlusconi.
Infine, i sondaggi mostrano un calo relativo di Fratelli d’Italia rafforzando il peso negoziale degli alleati. Ne esce una coalizione che resta unita, ma sempre più costretta a mediazioni continue.
Il risultato è un’alleanza che resta in piedi, ma che fatica sempre di più a darsi una direzione condivisa.
In sintesi, la maggioranza di destra che voleva arrivare a passo di carica alle elezioni dell’anno prossimo, si trova in una fase di difficoltà e di crisi che prevedibilmente sarà destinata a manifestarsi sempre più in modo conclamato.
A Giorgia Meloni, alla “statista de noantri”, non resta che dire -parafrasando il poeta- che “all’apparir del vero tu, misera, cadesti.”
Noi certamente non ce ne rammarichiamo.
In poco tempo quella che pareva una compagine fortissima sta rivelando i suoi fallimenti.
Sulle spalle della sinistra c’è ora tutta la responsabilità di costruire l’alternativa.
Infatti, anche un governo logorato e dannoso per il Paese può tenere e durare a lungo se non vi sono alternative
Enrico Rossi

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