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L’identità nazionale tra Gigi D’Alessio e il Bagaglino: se lo stato sfratta Bertolucci e Regeni 

Se il cinema è lo specchio di una nazione, l’immagine che ci restituisce oggi l’Italia è un fotogramma sfocato, un po’ grottesco e decisamente amaro, che sembra uscito da una sceneggiatura di serie B scritta in fretta e furia. Il Ministero della Cultura, Alessandro Giuli, ha aperto i cordoni della borsa con una certa enfasi comunicativa: 14 milioni di euro pronti per sostenere la “qualità” e l’”identità nazionale”, concetti che sulla carta dovrebbero elevare il nostro prestigio internazionale. Ma a scorrere l’elenco dei vincitori e dei vinti, sorge un dubbio atroce: che nei corridoi del potere abbiano scambiato la settima arte per una puntata nostalgica di un varietà televisivo ormai fuori tempo massimo.

di Antonio Laraia | 9 Aprile 2026

Se il cinema è lo specchio di una nazione, l’immagine che ci restituisce oggi l’Italia è un fotogramma sfocato, un po’ grottesco e decisamente amaro, che sembra uscito da una sceneggiatura di serie B scritta in fretta e furia. Il Ministero della Cultura, Alessandro Giuli, ha aperto i cordoni della borsa con una certa enfasi comunicativa: 14 milioni di euro pronti per sostenere la “qualità” e l’”identità nazionale”, concetti che sulla carta dovrebbero elevare il nostro prestigio internazionale. Ma a scorrere l’elenco dei vincitori e dei vinti, sorge un dubbio atroce: che nei corridoi del potere abbiano scambiato la settima arte per una puntata nostalgica di un varietà televisivo ormai fuori tempo massimo. Sembra quasi che la commissione abbia operato con una macchina del tempo impostata sui peggiori anni Ottanta, preferendo l’estetica della sagra paesana alla profondità di una visione cinematografica moderna e competitiva. 

​Il paradosso si consuma con una violenza simbolica inaudita su un nome che tutto il mondo ci invidia e che rappresenta l’essenza stessa del grande cinema italiano: Bernardo Bertolucci. Il Maestro, prima di lasciarci, aveva lavorato con cura millimetrica a un’ultima sceneggiatura, una sorta di testamento artistico intitolata The Echo Chamber. Era un progetto che profumava già di leggenda, non solo per la firma autoriale, ma per un apparato produttivo di respiro mondiale: un cast internazionale da capogiro che includeva Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, con musiche che avrebbero dovuto essere firmate da compositori pluripremiati. Un film che sarebbe stato, con ogni probabilità, l’evento di punta ai festival di Cannes o Venezia, portando nuovamente il tricolore nell’olimpo della critica globale. Eppure, la commissione ministeriale, sotto l’egida del ministro della cultura Alessandro Giuli, ha guardato l’opera dell’unico italiano capace di vincere nove Oscar per un solo film e ha scosso il capo con incredibile sufficienza: “Non meritevole”. Zero euro. Un rifiuto che suona come una smentita storica: troppo alto, troppo colto o forse, molto più banalmente, troppo libero per rientrare nei nuovi recinti dell’identità ufficiale. 

​Stessa sorte, se possibile ancora più bruciante dal punto di vista dell’etica civile, è toccata al documentario dedicato alla tragedia di Giulio Regeni. La storia del giovane ricercatore friulano, torturato e ucciso al Cairo quasi dieci anni fa, non è solo una vicenda di cronaca nera o un intrigo geopolitico; è una ferita aperta nella coscienza civile del Paese, un simbolo della lotta per i diritti umani e della dignità della ricerca scientifica. Nonostante l’urgenza narrativa e il valore documentale di un’opera che cerca di mantenere alta l’attenzione su un caso diplomatico internazionale ancora privo di giustizia, la commissione non ha ravvisato gli estremi per un sostegno economico. Evidentemente, scavare nelle zone d’ombra della storia recente, dare voce a chi non ne ha e chiedere verità per un martire moderno della libertà di pensiero non rientra nei rigidi e rassicuranti canoni dell’interesse artistico-culturale definiti dal governo. Si è preferito, con un silenzio assordante, girare lo sguardo altrove, punendo la memoria per non disturbare il presente. 

​Ma allora, di fronte a questi dinieghi eccellenti, dove sono finiti i milioni di euro versati dai contribuenti italiani? È qui che la trama abbandona l’impegno civile per virare bruscamente verso la farsa più surreale: il primo colpo di scena è lo stanziamento di ben 1 milione di euro per il film biografico su Gigi D’Alessio. A quanto pare, per i nuovi parametri ministeriali, l’epopea melodrammatica del cantante partenopeo rappresenta il pilastro portante della nostra cultura contemporanea, un’urgenza espressiva prioritaria rispetto ai grandi maestri. Ma non finisce qui. Lo Stato ha deciso di investire 800mila euro in Tony Pappalardo Investigation, l’ultima fatica di Pier Francesco Pingitore. È la prova definitiva che il Bagaglino non è affatto un ricordo sbiadito della TV del passato, ma è stato promosso sul campo a “cinema d’autore” finanziato con soldi pubblici. Per completare il quadro, ecco spuntare 400mila euro per “Il tempo delle mele cotte”, un titolo che sembra una parodia nostalgica e che evoca immagini di mense scolastiche e una preoccupante mancanza di idee originali. 

​Il tutto viene servito su un piatto d’argento come il compimento della tanto decantata “egemonia culturale” della destra: un progetto ambizioso che, a giudicare dai risultati, sembra voler sostituire Gramsci con il televoto e la filosofia europea con i ritornelli neomelodici. Se l’obiettivo era rompere il “predominio della sinistra” nelle arti, bisogna ammettere che ci sono riusciti in pieno, sostituendo la complessità estetica con un rassicurante e un po’ unto popolarismo da prima serata. È questa la nuova frontiera intellettuale: un’egemonia che non si conquista con le idee, ma con le mele cotte, rivendicando con orgoglio il diritto di preferire la macchietta al genio e la rassicurazione del già visto alla scomodità della verità. Un’operazione che appare ancora più avvilente visti i tempi che stiamo attraversando, in cui la complessità del mondo richiederebbe bussole culturali ben più solide di un’inchiesta di Pingitore. 

​Questa prova di forza di una destra sciatta e incolta stride dolorosamente se messa a confronto con la grandezza del Novecento. C’è stato un secolo in cui l’Italia dettava l’agenda intellettuale del pianeta: era il secolo di Moravia e Pasolini nella letteratura, di Guttuso e De Chirico nelle arti, di Fellini, Visconti e lo stesso Bertolucci nel cinema. Figure che, pur nelle loro divergenze politiche, mantenevano un’asticella qualitativa altissima, figlia di uno studio profondo e di una visione del mondo stratificata. Oggi quel gigante è stato abbattuto da nani che scambiano la cultura con l’intrattenimento da bar. Questa deriva non risparmia il giornalismo d’area, dove il dibattito si è spostato dalle grandi firme del passato alle performance di figure come Tommaso Cerno, simboli di un modo di fare informazione che punta più sulla provocazione urlata e sulla piroetta retorica che sull’approfondimento critico. In questo deserto di idee, appare ancora più evidente lo scollamento dalla lezione di Pier Paolo Pasolini; fu proprio lui, con una forza dirompente e quasi sacrale, a compiere l’operazione intellettuale definitiva: scardinare i residui di quella vecchia egemonia culturale di destra — arroccata nella tradizione accademica e nazionale di Carducci — per traslare l’asse del pensiero verso una sinistra capace di un’analisi spietata, eretica e profondamente colta della realtà. 

​Il criterio dell’”identità nazionale” si è trasformato così nell’alibi perfetto per una selezione che premia l’effimero e punisce l’impegno, che celebra il provincialismo più spinto a discapito dell’universalità dell’arte. È la vittoria definitiva del populismo estetico applicato alla cultura: se un prodotto è politicamente innocuo o risponde a logiche di facile consumo, allora diventa meritevole di protezione e sostegno pubblico. Se un giovane regista avesse proposto una sceneggiatura basata esattamente su questa assurda realtà — uno Stato che nega i fondi a un premio Oscar e alla memoria di un cittadino ucciso per finanziare le gesta di Tony Pappalardo — probabilmente sarebbe stata bocciata perché considerata “troppo grottesca e poco credibile”. E invece è la cronaca nuda e cruda delle scelte del Governo Meloni. In questo scenario, mancava davvero solo un documentario celebrativo sulla dieta mediterranea a base di post social di Matteo Salvini per chiudere il cerchio del ridicolo. Per ora, il pubblico italiano dovrà accontentarsi delle mele cotte passate dal Ministero. Il problema reale è che a mangiarle, e a pagarne il conto salatissimo, siamo tutti noi. 

Antonio Laraia  

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Laraia

Antonio Laraia è un giornalista ed opinionista di “Avanti Online”.

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