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Dalla crisi energetica non si esce con le tasse

Mentre lo scenario energetico e macroeconomico si fa sempre peggiore, i ministri delle Finanze di cinque Stati membri dell’Unione europea – Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria – hanno firmato una lettera congiunta per chiedere un’imposta straordinaria sugli “extraprofitti” delle imprese energetiche. La lettera, indirizzata al Commissario al clima Wopke Hoekstra, sottolinea che “chi sta guadagnando per le conseguenze del conflitto deve fare la propria parte per alleviare il peso sul pubblico in generale”, e affinché ciò accada è necessario un tributo europeo per finanziare eventuali misure straordinarie anche alla luce “delle distorsioni del mercato e dei vincoli fiscali”.

di Istituto Bruno Leoni | 7 Aprile 2026

Mentre lo scenario energetico e macroeconomico si fa sempre peggiore, i ministri delle Finanze di cinque Stati membri dell’Unione europea – Germania, Italia, Spagna, Portogallo e Austria – hanno firmato una lettera congiunta per chiedere un’imposta straordinaria sugli “extraprofitti” delle imprese energetiche.

La lettera, indirizzata al Commissario al clima Wopke Hoekstra, sottolinea che “chi sta guadagnando per le conseguenze del conflitto deve fare la propria parte per alleviare il peso sul pubblico in generale”, e affinché ciò accada è necessario un tributo europeo per finanziare eventuali misure straordinarie anche alla luce “delle distorsioni del mercato e dei vincoli fiscali”. È del tutto normale che i governi siano alla ricerca di basi imponibili per coprire interventi come il taglio delle accise, appena prorogato fino al 1 maggio, che drenano centinaia di milioni (e in prospettiva miliardi) dal bilancio pubblico. Tuttavia, non solo la via lastricata di tasse non risolve il problema: essa rischia, al contrario, di renderlo più grave.

La crisi nasce da uno shock di offerta: improvvisamente, è come se fosse scomparsa dal mondo una quantità pari a circa il 20% dell’offerta globale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto. È fisiologico, in tali condizioni, che i prezzi salgano. Questo dà la misura di quanto la disponibilità di materie prime e dei loro derivati si sia ristretta, e quindi di quanto debbano calare i consumi. Ma i prezzi (e i profitti che ne conseguono) svolgono anche un’altra fondamentale funzione: stimolano l’offerta di prodotti alternativi, siano essi nuove estrazioni di oil & gas, lo sviluppo di altre fonti (come le rinnovabili o il nucleare), o l’introduzione di tecnologie più efficienti per ridurre il fabbisogno a parità di output. Se i profitti vengono appropriati dagli Stati, l’incentivo a trovare una via d’uscita si riduce o addirittura si annulla. Non solo: i ministri parlano di “distorsioni” nel funzionamento dei mercati ma non entrano nello specifico. Esistono dei malfunzionamenti? Allora li si descriva, li si dimostri e li si corregga con provvedimenti adeguati e proporzionati. Ma evitiamo di ripetere la farsa del 2022, quando si discusse per mesi di condotte illecite o manipolative senza che mai nessuno potesse provarne l’esistenza e quindi elevare sanzioni. Questo può andare bene per la polemica sui giornali: ma è molto grave se diventa un paravento per evitare di la fatica di disegnare politiche appropriate.

Si è molto discusso, in queste settimane, sul fatto che l’attuale congiuntura sia figlia della geopolitica più che dell’economia: ma solo dall’economia, cioè dall’imprenditorialità dei singoli e dai segnali dei mercati, possono venire le soluzioni. Se invece la voce dei mercati viene silenziata o attutita, si indebolisce quello che al momento rappresenta l’unico meccanismo di mitigazione e si consegna alla medesima geopolitica che ha creato il problema, l’unica speranza per risolvere il conflitto. Speriamo tutti che si arrivi a una tregua, ma non ci sembra né utile, né razionale punire chi si dà da fare per contenere l’impatto globale della chiusura dello stretto di Hormuz.

I governi hanno un ruolo nel disegnare misure di supporto a chi ha veramente bisogno, ma pensare di trovare nelle imprese energetiche il pentolone d’oro rischia di generare azzardo morale e incoraggiare interventi generalizzati ed eccessivi, come molti di quelli in atto, che lasceranno dietro di sé uno strascico di debito e di sovra-consumo proprio quando servirebbe l’opposto. 

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : Editoriale

Info Istituto Bruno Leoni

L’Istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”.
L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta.

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