
Lunedì i titoli azionari statunitensi hanno chiuso in rialzo, mentre i mercati sono rimasti in attesa di novità sul fronte geopolitico. Più passa il tempo, più la tensione tende ad aumentare. L’S&P 500 e il Dow Jones hanno chiuso positivi così come il Nasdaq, che ha chiuso a +0,8%, grazie alla performance positiva del settore tecnologico. Sono emerse indiscrezioni secondo cui gli alleati degli Stati Uniti avrebbero spinto per un accordo dell’ultimo minuto con l’Iran, nell’ottica di un possibile cessate il fuoco più lungo, ma la retorica di rappresaglia di Teheran, in vista della minaccia del presidente Trump di attacchi aggressivi a partire da domani, ha mantenuto vivo il rischio di un’escalation nella regione. La guerra continua a generare shock nell’offerta di petrolio e materie prime, con i prezzi spot del greggio in Europa che la scorsa settimana hanno raggiunto i massimi del 2008. I costi del credito sono aumentati, poiché le prospettive pro-inflazionistiche sono state amplificate da un solido rapporto sull’occupazione pubblicato venerdì e dall’impennata dei costi manifatturieri e dei servizi misurati dall’ISM, rischiando una risposta restrittiva da parte della Fed.
PETROLIO.
Ieri i futures del petrolio WTI hanno toccato quota 107.00, per poi scendere qualche dollaro, in attesa e nella speranza che si avveri la potenziale proposta di cessate il fuoco di 45 giorni fissata dal presidente Donald Trump, proposta peraltro successivamente respinta dal Governo Iraniano. Sebbene il Pakistan e altri mediatori regionali abbiano proposto un quadro per una tregua immediata e la riapertura dello Stretto di Hormuz, le persistenti preoccupazioni sui tempi di risoluzione rimangono un fattore negativo. La volatilità si è intensificata in seguito a un post su Truth Social in cui il presidente avvertiva che la mancata apertura dello stretto avrebbe comportato la distruzione di centrali elettriche e ponti iraniani a partire da domani. Questa retorica di escalation ha controbilanciato l’ottimismo iniziale ed è seguita alla riunione dell’OPEC+ del fine settimana, in cui il gruppo ha approvato quote di produzione più elevate per far fronte alla carenza globale causata dai danni legati alla guerra.
VALUTE.
Nella sessione di ieri, l’indice del dollaro ha ridotto i guadagni iniziali, scendendo sotto quota 100, in seguito alla reazione positiva degli operatori alle notizie secondo cui Iran, Stati Uniti e un gruppo di mediatori regionali starebbero discutendo un potenziale cessate il fuoco di 45 giorni, che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra. Ulteriori notizie relative al maggior numero di navi che transitano nello Stretto di Hormuz hanno contribuito ad allentare la pressione sui prezzi del petrolio, offrendo un temporaneo sollievo. In serata però è arrivata la riposta dell’Iran, che ha respinto il cessate il fuoco americano. Tutto ciò avviene nel contesto della minaccia del presidente Trump di colpire le centrali elettriche iraniane a partire da martedì, mentre l’Iran continua a bombardare le infrastrutture energetiche nei paesi limitrofi del Golfo. Gli investitori attendono ora una serie di importanti dati economici che forniranno ulteriori informazioni sullo stato di salute dell’economia, tra cui il rapporto sull’inflazione (CPI) previsto per la fine della settimana e i verbali del FOMC. I mercati hanno già pienamente scontato che la Fed lascerà invariato il tasso sui fondi federali entro la fine del mese e prevedono che i costi di finanziamento rimarranno invariati per tutto l’anno. EurUsd che rimane nel trading range 1.1480 1.1580, mentre il UsdJpy resta a ridosso di 160.00 e a rischio intervento della Boj.
NON FARM PAYROLLS
L’economia statunitense ha creato 178.000 posti di lavoro a marzo 2026, il dato più alto da dicembre 2024, dopo un calo rivisto di 133.000 unità a febbraio, quando uno sciopero nel settore sanitario aveva pesato sull’occupazione. Il dato è risultato ben al di sopra delle aspettative del mercato, che prevedevano un aumento di 60.000 posti di lavoro. La variazione dei salari per gennaio è stata rivista al rialzo di 34.000 unità, arrivando a 160.000, mentre la variazione per febbraio è stata rivista al ribasso di 41.000 unità, attestandosi a -133.000. Il numero totale di occupati nei due mesi è inferiore di 7.000 unità rispetto a quanto riportato inizialmente. La retribuzione oraria media di tutti i dipendenti del settore privato non agricolo statunitense è aumentata di 9 centesimi, pari allo 0,2%, raggiungendo i 37,38 dollari, il minore incremento registrato negli ultimi tre mesi. Questo dato segue gli aumenti dello 0,4% di gennaio e febbraio ed è risultato inferiore alle aspettative del mercato, che prevedevano un incremento dello 0,3%. La retribuzione oraria media dei dipendenti del settore privato addetti alla produzione e non con mansioni di supervisione è aumentata di 5 centesimi, pari allo 0,2%, arrivando a 32,07 dollari. Su base annua, a marzo la retribuzione oraria media è aumentata del 3,5%, il dato più basso da maggio 2021, dopo un incremento del 3,8% a febbraio e rispetto alle previsioni del 3,7%.
RENDIMENTO DECENNALE USA.
Il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni è salito al 4,33% allontanandosi ulteriormente dai minimi delle ultime due settimane toccati all’inizio della settimana, in seguito a un rapporto sull’occupazione migliore del previsto. L’economia statunitense ha creato 178.000 posti di lavoro a marzo, quasi il triplo delle previsioni di mercato di 60.000, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3% e la crescita salariale ha rallentato. I dati hanno rafforzato le aspettative che la Fed manterrà invariato il tasso sui fondi federali quest’anno. Gli investitori hanno anche continuato a valutare gli sviluppi in Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha intensificato la sua retorica contro l’Iran, minacciando di colpire le infrastrutture del Paese, inclusi ponti e centrali elettriche, mentre l’Iran avrebbe colpito altri siti negli stati arabi del Golfo. Gli elevati prezzi dell’energia alimentano i timori di una potenziale spirale inflazionistica. I mercati obbligazionari, restano sottopressione, con i rendimenti che non fanno sperare nulla di buono nel breve / medio termine, con ancora tensione sui tassi.
Saverio Berlinzani

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