
Non è solo il direttore di un giornale; è l’architetto della nuova narrazione saudita verso il mondo. Faisal J. Abbas, alla guida di Arab News, ha trasformato lo storico quotidiano in lingua inglese nel principale hub informativo del Medio Oriente, portandolo a competere sui tavoli digitali globali.
Dalle direzioni di Al Arabiya English alle analisi per l’Huffington Post, Abbas ha fatto del contrasto alle “fake news” e del dialogo tra Oriente e Occidente la sua missione editoriale. In un momento in cui l’Arabia Saudita attraversa una trasformazione radicale e la geopolitica del Golfo ridisegna gli equilibri mondiali, Abbas è l’osservatore più lucido e influente per decifrare cosa stia succedendo davvero a Riad.
Lo abbiamo intervistato per capire dove si ferma la propaganda e dove inizia il futuro.
Direttore, in un suo recente editoriale ha sottolineato come Israele, nonostante i successi militari a Gaza e contro Hezbollah, sembri mancare di una strategia politica a lungo termine. Qual è, secondo lei, il ‘vicolo cieco’ in cui rischia di trovarsi il governo Netanyahu se non accetta una visione politica chiara per il dopoguerra?
In realtà, il governo israeliano si trova in una posizione interessante. Se perde la guerra, come tutti noi nella regione, allora dovremo tutti fare i conti con un leone ferito, insultato e pericoloso, ovvero il regime iraniano. Ma c’è anche una sfida da superare se vince: non ci sarà più il regime iraniano a sostenere Hamas né a desiderare l’estinzione di Israele; quindi si potrebbe sostenere che non ci sia più il rischio che accetti uno Stato palestinese, ma lo accetterà? Forse dovreste chiederlo a un funzionario israeliano.
I Paesi del Golfo sono stati chiari: ‘non un centesimo’ per la ricostruzione senza garanzie che Gaza non venga distrutta di nuovo. Quali condizioni concrete chiede l’Arabia Saudita per guidare il piano di rinascita della Striscia e che ruolo vede per la nuova ‘Board of Peace’?
Non so da dove provenga quell’affermazione, in realtà ingenti somme di denaro arrivano dall’Arabia Saudita, dal Qatar e persino dagli Emirati Arabi Uniti per aiutare i civili indifesi, bisognosi e malati di Gaza, e questo non si è mai fermato in passato né prevedo che si fermerà in futuro. Per quanto riguarda i piani di ricostruzione, si tratta più di un progetto di sviluppo immobiliare e non sono un esperto su come verrà realizzato, ma di una cosa sono certo: nemmeno gli americani, gli europei o persino gli israeliani sarebbero disposti a costruire se ci fosse il rischio di bombardamenti a tappeto il giorno dopo.
L’Iran ha recentemente minacciato di minare le rotte del Golfo in risposta alle tensioni con Israele e USA. Riad ha sempre cercato la de-escalation, ma fino a che punto la diplomazia può reggere di fronte a quella che molti definiscono una ‘aggressione premeditata’ da parte di Teheran?
Anche in questo caso, sembrano esserci dichiarazioni contraddittorie. Funzionari iraniani hanno minacciato, e in alcuni casi negato, di minare lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, in ogni caso, non si dovrebbe permettere che la sicurezza energetica globale venga utilizzata come arma, in qualsiasi forma, modo o maniera, ed è responsabilità globale impedirlo, poiché ciò potrebbe costare vite umane (si pensi ai neonati nelle incubatrici degli ospedali che dipendono dalla nostra energia per arrivare in tempo), oltre a contribuire all’aumento dell’inflazione e dei costi energetici a livello globale.
La posizione ufficiale di Riad rimane ferma: nessuna normalizzazione senza uno Stato Palestinese. Ritiene che la creazione di una coalizione internazionale per la difesa regionale contro l’Iran possa accelerare questo processo o, al contrario, lo stia rendendo un obiettivo sempre più lontano?
Si tratta di due questioni distinte e finora non è stata rilasciata alcuna nuova posizione ufficiale in merito.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, abbiamo visto una diplomazia personale molto attiva nel negoziare cessate il fuoco. Crede che questo approccio transazionale possa davvero portare a una pace duratura o rischia di ignorare le radici profonde del conflitto israelo-palestinese?
Vorrei innanzitutto esprimere il mio rispettoso disaccordo con la sua descrizione delle politiche del Presidente Trump come un “approccio transazionale”. In realtà, considero il Presidente Trump molto strategico e, semmai, lavora giorno e notte come un bulldozer che porta a termine i progetti. Ciò che ha realizzato a Sharm El Sheikh è stato straordinario ed è grazie al suo coraggio e alla sua determinazione che ora abbiamo un cessate il fuoco a Gaza, mentre l’amministrazione Biden non è riuscita a fare nulla per fermare quello che molti hanno definito un genocidio.
Arab News ha documentato i costi umani devastanti a Gaza nonostante i ripetuti annunci di tregua. Come si concilia la narrazione di un Medio Oriente moderno e interconnesso (la ‘Nuova Europa’) con le immagini di distruzione che continuano a dominare i media globali?
Nessuno ha mai detto che la pace sarebbe stata facile. È molto più semplice e veloce iniziare una guerra e distruggere, molto più difficile mantenere un cessate il fuoco e ricostruire la fiducia e i Paesi. La domanda che conta è: la situazione a Gaza è migliore ora rispetto a prima della presidenza Trump o è peggiore? E la risposta è che è migliore… e questo è tutto ciò che conta.
Direttore Faisal J. Abbas, chiudo con l’ultima domanda. Lei ha spesso analizzato la frammentazione tra Hamas e l’Autorità Palestinese. In vista delle possibili elezioni palestinesi del 2026, quale profilo di leadership ritiene necessario affinché i palestinesi possano tornare a essere un interlocutore credibile e unitario al tavolo della pace?
Spetta al popolo palestinese rispondere a questa domanda e scegliere la propria leadership, ma ci auguriamo che i precedenti elementi destabilizzanti, come l’Iran e i successivi governi del Likud, non continuino a creare divisioni e che una nuova generazione di palestinesi capaci, lungimiranti e impegnati nella pace venga messa in condizione di contribuire a raggiungere una soluzione equa e duratura all’occupazione, alla sofferenza e all’ingiustizia che questo popolo subisce da decenni.
Giuseppe Basilico

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