
Il conflitto in Medio Oriente ha raggiunto un punto di non ritorno. Dopo settimane di tensioni crescenti, la notte tra il 27 e il 28 marzo 2026 ha segnato l’inizio di una fase senza precedenti: un massiccio attacco coordinato da parte di Israele e Stati Uniti ha colpito direttamente il cuore della Repubblica Islamica, prendendo di mira siti nucleari e infrastrutture strategiche a Teheran.
Le esplosioni hanno scosso diversi quartieri della capitale iraniana, colpendo anche edifici residenziali e l’Università di Teheran, provocando numerose vittime civili. L’offensiva, che vede l’impiego massiccio di missili Tomahawk — oltre 850 lanciati dagli USA in un mese — mira a smantellare i vertici del potere e le capacità belliche iraniane.
In risposta ai raid sulla capitale, i ribelli Houthi dello Yemen hanno formalizzato il loro ingresso nel conflitto a sostegno dell’Iran. Il gruppo ha già sferrato attacchi diretti. Due vettori sono stati lanciati verso il territorio israeliano, facendo scattare le sirene a Gerusalemme.
Gli Houthi minacciano la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, mettendo a rischio una delle rotte commerciali più vitali del pianeta. Teheran non è rimasta a guardare. Un raid iraniano contro la base Prince Sultan in Arabia Saudita ha provocato il ferimento di almeno 15 soldati americani, mentre attacchi con droni hanno colpito anche gli Emirati Arabi Uniti. Sul fronte diplomatico, l’Iran ha rifiutato il piano di cessate il fuoco statunitense in 15 punti, proponendo condizioni che Washington ritiene inaccettabili. Mentre migliaia di marines arrivano nel Golfo a bordo della USS Tripoli, United States Ship (Nave degli Stati Uniti) (è una modernissima nave d’assalto anfibio della Marina statunitense, spesso definita “piccola portaerei”. Una nave viene definita “anfibia” (o nave da assalto anfibio) perché è progettata per operare tra due ambienti distinti: il mare e la terraferma). La regione attende l’esito dei colloqui tripartiti previsti a Islamabad, (è la capitale del Pakistan) con la speranza sempre più flebile di evitare una guerra totale che potrebbe durare ancora settimane.
Il nome celebra la vittoria dei Marines americani e delle forze alleate durante la Prima Guerra Barbaresca (Il nome deriva direttamente dai Berberi, le popolazioni indigene che abitavano le regioni costiere dell’attuale Marocco, Algeria, Tunisia e Libia) (1801-1805), specificamente per l’azione a Derna, in Tripolitania (l’odierna Libia). Davanti alle fiamme di Teheran e all’escalation nello Yemen, la comunità internazionale appare ridotta a una spettatrice impotente, se non complice. Il balletto dei veti incrociati alle Nazioni Unite e le condanne di facciata non sono riusciti a fermare una deriva bellica che era ampiamente prevedibile. Mentre le grandi potenze giocano la loro partita a scacchi sulla pelle dei civili, le istituzioni nate per garantire la pace globale mostrano tutta la loro irrilevanza strutturale. L’incapacità di imporre una de-escalation reale ha trasformato il Medio Oriente in un laboratorio di distruzione tecnologica, dove il diritto internazionale è stato sacrificato sull’altare della strategia militare. Non è solo il fallimento di una regione, ma il crollo definitivo di un ordine mondiale che non sa più prevenire i conflitti, limitandosi a contare i missili e le macerie. Se il mondo non troverà il coraggio di andare oltre gli interessi di parte, l’inferno di Teheran sarà solo il primo capitolo di una catastrofe globale di cui tutti, nessuno escluso, porteremo il peso. la regione attende l’esito dei colloqui tripartiti previsti a Islamabad, con la speranza sempre più flebile di evitare una guerra totale che potrebbe durare ancora settimane.
Giuseppe Basilico

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