
Il referendum sulla giustizia ha prodotto un effetto che nessuno, nemmeno tra gli addetti ai lavori, aveva previsto.
Non è stato un voto tecnico, non è stato un voto di settore: è stato un voto politico, e il suo impatto si è visto immediatamente.
L’affluenza al 58,93%, la più alta per un referendum costituzionale a due giorni dai tempi del 2016, ha già detto tutto: gli italiani hanno voluto esserci, hanno voluto contare, e lo hanno fatto scegliendo il NO con il 53,7%.
È un risultato che ha ribaltato le aspettative e ha rimesso il popolo al centro della scena, come accade solo nelle grandi svolte della storia repubblicana.
Il segnale è arrivato forte e chiaro anche nei salotti televisivi.
A “Otto e Mezzo”, Pier Luigi Bersani ha dichiarato che Giorgia Meloni “deve andare a casa”, portando in diretta nazionale ciò che fino a pochi mesi fa si sussurrava nei corridoi del potere. Quando un ex leader politico, noto per la sua prudenza, arriva a dirlo davanti alle telecamere, significa che la frattura non è più contenibile.
E infatti il voto ha già iniziato a produrre conseguenze: Delmastro e Bartolozzi sono stati travolti dalla valanga del NO, e il caso Santanché è diventato il simbolo di un governo che non controlla più nemmeno se stesso, con ricostruzioni giornalistiche che parlano di un rifiuto di dimettersi nonostante le pressioni della premier (dimissioni arrivate poi nella giornata di ieri, ndr).
È il punto esatto in cui le parole di Toni Servillo tornano utili: l’incompetenza, quando occupa il posto sbagliato, non è solo un limite, è un danno.
Il voto del 2026 si inserisce nella lunga tradizione dei referendum che hanno cambiato la traiettoria del Paese.
Nel 1974 vinse il NO all’abrogazione del divorzio, e l’Italia scelse di non tornare indietro.
Nel 1981 vinse di nuovo il NO all’abrogazione della legge sull’aborto, consolidando un diritto che sembrava fragile.
Nel 1987 vinse il SÌ ai quesiti sul nucleare, chiudendo definitivamente la stagione atomica italiana.
Nel 1993 vinse il SÌ al referendum sulla legge elettorale, aprendo la strada alla fine della Prima Repubblica.
Nel 2016 vinse il NO alla riforma costituzionale, e il risultato portò alle dimissioni del premier Matteo Renzi.
Ogni volta, il popolo ha usato il referendum per correggere la rotta quando la politica non era più in grado di farlo da sola.
Il 2026 non fa eccezione: il NO ha fermato una riforma che avrebbe ridisegnato i rapporti tra politica e magistratura e ha congelato il tema per anni, perché nessuna maggioranza potrà riproporlo a breve dopo una bocciatura così netta.
Il dato più evidente, però, è un altro: il voto ha tolto ogni alibi. Ha mostrato che la narrazione di un governo solido, compatto, impermeabile alle critiche, non regge più. Le crepe erano già lì, ma il referendum le ha trasformate in voragini.
E non è un caso che il NO abbia vinto in 17 regioni su 20, con picchi altissimi nel Mezzogiorno: 65,3% in Campania, 61% in Sicilia, 60% in Basilicata.
È un messaggio politico, non un dettaglio statistico.
È la fotografia di un Paese che non si riconosce più nella guida attuale e che ha deciso di dirlo senza giri di parole.
Con una matita, gli elettori hanno fatto ciò che la politica non aveva avuto il coraggio di fare. Hanno ricordato che il potere non appartiene ai palazzi, ma a chi li riempie di voti.
È un principio antico, che ritorna ciclicamente quando la distanza tra governanti e governati diventa troppo ampia. E quando il popolo si risveglia, la politica non può più far finta di niente.
Il sipario è caduto. E ora, come nelle urne, anche nei talk show e nei corridoi istituzionali la domanda non è più se il governo reggerà, ma per quanto.
Angioletta Massimino

Vogliamo andare avanti ! avanti avanti, nella democrazia……