
C’è sempre un dettaglio che rivela più di mille dichiarazioni ufficiali. Nel caso delle Paralimpiadi quel dettaglio è semplice: a Cortina Casa Italia ha già chiuso. Lo spazio simbolo dell’ospitalità azzurra, della diplomazia sportiva, delle celebrazioni e delle strette di mano internazionali ha abbassato le serrande appena finite le Olimpiadi. Proprio mentre stanno per iniziare i Giochi paralimpici. Certo le spiegazioni ufficiali non mancano. Casa Italia era il progetto legato alle Olimpiadi, si dice. Per le Paralimpiadi è stato previsto uno spazio diverso, una “Casa Paralimpica”. Tutto formalmente corretto. Eppure la sensazione resta: quando si spengono le luci dei Giochi olimpici l’entusiasmo si raffredda improvvisamente. Lo si è visto già dall’inizio. L’inaugurazione all’Arena di Verona sembra quasi voler marcare una distanza: una cornice prestigiosa, certo, ma inevitabilmente destinata al confronto con gli sfarzi e con la potenza scenografica delle cerimonie olimpiche. Il paragone è impietoso e soprattutto inutile. Perché finisce per trasmettere un messaggio implicito: prima lo spettacolo poi – quasi in appendice – lo sport che dovrebbe incarnare i valori più profondi del movimento olimpico. Eppure basterebbe fermarsi un momento a guardare chi scende davvero in pista. Gli atleti paralimpici non gareggiano soltanto contro gli avversari. Gareggiano contro limiti che molti di noi non riuscirebbero nemmeno a immaginare. Lo fanno con una determinazione, una disciplina e una dignità che restituiscono allo sport la sua dimensione più autentica. Si parla spesso di fair play, di inclusione, di uguaglianza tra atleti. Sono parole che riempiono i discorsi ufficiali, i comunicati e le campagne istituzionali. Ma poi arrivano i dettagli a raccontare un’altra storia: i riflettori che si spengono troppo presto, l’attenzione mediatica che cala improvvisamente, le strutture che chiudono proprio quando dovrebbe iniziare una nuova festa dello sport. Il punto non è la sostanza, perché nessuno ignora le differenze organizzative tra Olimpiadi e Paralimpiadi. Il punto è la forma. E nello sport la forma conta più di quanto si pensi, perché i simboli costruiscono il significato degli eventi. Se davvero gli atleti sono tutti uguali, allora dovrebbero esserlo anche le attenzioni, la visibilità, il rispetto istituzionale. Se davvero crediamo al motto olimpico, allora non basta esporlo sulle pareti di Casa Italia. Bisogna dimostrarlo quando le luci sono meno forti e le telecamere un po’ più lontane. Perché a ben vedere il paradosso è tutto qui: gli atleti paralimpici non hanno bisogno di slogan. Sono loro, ogni volta che partono, la dimostrazione vivente di ciò che lo sport dovrebbe essere.
Angelo Santoro

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