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Il prezzo della guerra si misura anche alla pompa di benzina. In Italia lo stiamo scoprendo in queste ore, mentre il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase sempre più incerta e pericolosa. Il blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ha già prodotto il primo effetto concreto: l’aumento immediato dei prezzi dell’energia e dei carburanti.
Le quotazioni del greggio hanno ripreso a correre e la benzina ha iniziato a salire rapidamente anche nelle stazioni di servizio italiane. I primi rialzi hanno portato il prezzo del carburante oltre 1,80 euro al litro in diverse aree del Paese, ma si tratta soltanto dell’inizio del trasferimento a valle dei rincari internazionali.
È una dinamica già vista nella storia recente: la geopolitica colpisce le rotte dell’energia e l’onda d’urto arriva direttamente nelle tasche dei cittadini. Nel Golfo Persico oggi sono centinaia le petroliere ferme o costrette a rallentare la navigazione, mentre circa mille navi attendono di poter attraversare lo stretto, con conseguenze immediate sull’offerta mondiale di petrolio.
Il problema è che l’Europa – e l’Italia in particolare – restano economie fortemente dipendenti dall’energia importata. Anche se il Vecchio continente ha diversificato le fonti dopo la crisi ucraina, l’equilibrio dei mercati resta fragile: basta un’interruzione di uno dei principali corridoi energetici globali per provocare scosse violente sui prezzi.
Non a caso gli analisti temono che una crisi prolungata nello stretto di Hormuz possa spingere il petrolio verso quota 100 dollari al barile o oltre, con inevitabili ripercussioni sull’inflazione e sulla crescita economica europea.
Per l’Italia, già appesantita da un debito pubblico elevato e da una crescita debole, l’impatto rischia di essere particolarmente duro. I carburanti sono una componente essenziale del sistema produttivo: trasporti, logistica, agricoltura e industria dipendono direttamente dal costo dell’energia. Ogni aumento alla pompa si traduce in un aumento generalizzato dei prezzi e in una perdita di potere d’acquisto per famiglie e imprese.
La domanda che molti economisti si pongono è quanto a lungo l’Europa possa reggere un nuovo shock energetico dopo quello provocato dall’invasione russa dell’Ucraina. Allora il continente reagì con un enorme sforzo di diversificazione e con interventi pubblici straordinari. Ma oggi le risorse finanziarie sono più scarse e la stanchezza economica è evidente.
C’è poi l’incognita politica e militare. Washington ha lasciato intendere che le operazioni contro l’Iran potrebbero durare settimane, ma nessuno è in grado di escludere un conflitto più lungo e più ampio.
Il rischio di escalation è reale. Se la Repubblica islamica degli ayatollah dovesse resistere più del previsto, o se altri attori regionali venissero trascinati nel conflitto, lo stretto di Hormuz potrebbe restare instabile per mesi. E in quel caso non si tratterebbe più soltanto di rincari temporanei, ma di una nuova crisi energetica globale.
La verità è che la guerra in Medio Oriente si combatte anche lontano dal fronte. Si combatte nelle fabbriche europee che vedono aumentare i costi, nei bilanci delle famiglie e nei conti pubblici degli Stati.
E ancora una volta l’Europa si scopre fragile: economicamente esposta, politicamente divisa, strategicamente dipendente da equilibri che si decidono altrove.
La benzina più cara è soltanto il primo segnale. Il conto della guerra, purtroppo, rischia di essere molto più salato.
Cesare Mannucci

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