
Tutto ha inizio nei pressi della stazione di Rogoredo, a Milano, in un’area tristemente nota per il degrado e lo spaccio. In questo contesto difficile, avviene un episodio di sangue che coinvolge le forze dell’ordine e un giovane.
Nei primi giorni, la narrazione ufficiale e mediatica indossa subito la “tonaca” del giustizialismo: si parla di un intervento necessario, di un “Far West” dove l’agente di polizia ha dovuto sparare per non essere ucciso, quindi di una legittima difesa scolpita nella pietra che non deve essere sottoposta a indagini.
La destra leghista e neofascista al governo, Salvini e Meloni in prima linea, ha cavalcato immediatamente l’onda. La vicenda è stata strumentalizzata per trasformare il dolore e la paura in consenso politico, usandola come ariete per sostenere il nuovo “Pacchetto Sicurezza”. Il messaggio era chiaro: occorre un decreto che lasci i poliziotti “liberi di agire”, eliminando il timore di conseguenze legali anche quando l’uso della forza porta alla morte. Una sorta di licenza implicita all’omicidio in nome di una presunta sicurezza nazionale.
Ma le storie, quando vengono indagate con rigore, rivelano spesso una realtà diversa da quella urlata nei tweet o nei comizi. L’inchiesta della magistratura ha infatti squarciato il velo della propaganda. I fatti rivelati dai giudici hanno raccontato una storia opposta.
Non c’era alcuna minaccia immediata che giustificasse l’uso delle armi da fuoco. E la vittima non era armata e, comunque, non rappresentava un pericolo tale da legittimare un’esecuzione sul posto.
Sono emersi dettagli inquietanti su una gestione dell’intervento che nulla ha a che fare con i protocolli di sicurezza, ma molto con l’abuso di potere.
L’inchiesta ha trasformato quello che era stato dipinto come un atto eroico in un possibile omicidio colposo o volontario, restituendo dignità alla vittima e verità ai fatti.
Qualche riflessione si impone su questa storia, che in tempi normali e in un Paese normale avrebbe dovuto vedere almeno il ministro Salvini rassegnare le dimissioni per la evidente strumentalizzazione del caso e poi la stessa presidente Meloni scusarsi per le dichiarazioni tanto avventate.
Questo caso ci mette di fronte a una verità politica ineludibile: se la magistratura inquirente fosse alle dipendenze dell’esecutivo -come vorrebbe il progetto di riforma della giustizia di questo governo- è evidente che mai e poi mai si sarebbe potuto arrivare alla verità.
Un pubblico ministero che risponde al Ministro dell’Interno e quindi al governo avrebbe mai avuto il coraggio o l’indipendenza di indagare fino in fondo su quegli stessi agenti che lo stesso governo stava difendendo pubblicamente?
La risposta è semplice e non può essere diversa da un secco no.
L’obiettivo della riforma è uno soltanto: l’indebolimento del potere giudiziario per metterlo in una condizione di subalternità rispetto al potere politico.
È un attacco diretto all’equilibrio dei poteri previsto dalla nostra Carta.
Per questo, per garantire che storie come quella di Rogoredo non finiscano sepolte sotto la propaganda di regime, occorre difendere la Costituente e votare NO al referendum.
Solo una magistratura libera può essere garanzia di giustizia per tutti, non solo per chi sta dalla parte del potere.
Resta da vedere se il governo avrà il coraggio di portare avanti quel decreto nato sull’onda dell’emotività, un testo che mira ad assicurare una sostanziale impunità, lo scudo penale, a chi indossa una divisa.
Io credo che lo faranno. Magari aspetteranno un po’, ma lo faranno perché la loro ideologia politica contempla un ordine costruito sull’uso della forza e della violenza.
È una strategia che ha obiettivi precisi all’insegna della repressione: dopo i migranti, il mirino si sposta su chi manifesta, su chi dissente e, in definitiva, sulla libertà di tutti noi.
Una versione italiana nemmeno tanto diversa da quella di sicurezza che Trump, negli Stati Uniti, vuole imporre con la sua famigerata polizia.
Quello a cui puntano non è l’ordine o la sicurezza democratica, ma la costruzione di un regime illiberale dove il controllo sociale viene esercitato con la forza che sostituisce il diritto.
Difendere la magistratura e la Costituzione, dunque, non è una battaglia di settore, ma l’unico modo per impedire che la nostra democrazia venga svuotata dall’interno.
PS.
La foto sopra mostra amici e parenti della vittima, il giovane Mansouri.
Dietro ogni caso di cronaca ci sono volti, affetti e una domanda di giustizia che nessuna propaganda può soffocare. Difendere l’autonomia della magistratura significa garantire che questi cittadini abbiano sempre il diritto di conoscere la verità, senza che il potere politico possa decidere chi è intoccabile e chi no.
Enrico Rossi

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