
Di fronte agli alunni violenti e ai genitori eccessivamente protettivi, la tentazione è quella di riempire la scuola di psicologi. Invece il percorso più realistico e meno dannoso è un altro.
Quando accadono gravi fatti di cronaca nelle scuole, nell’opinione pubblica scatta una doppia reazione. La prima riguarda l’immancabile richiesta di potenziare le misure disciplinari, nella convinzione che l’inasprimento delle pene costituisca un fenomeno dissuasivo. Questa misura può anche essere talvolta efficace, ma più spesso nella società giovanile del malaffare la punizione viene percepita come un riconoscimento pubblico della capacità di resistere all’autorità costituita, ciò non fa che rafforzare agli occhi dei compagni il prestigio personale del più o meno piccolo ribelle.
La seconda reazione è la pressante richiesta dell’intervento di psicologi (e spesso anche di assistenti sociali) presentati, specie i primi, come veri e propri taumaturghi anti disagio. È diffusa l’opinione che una batteria di psicologi, e magari di psicoterapeuti, dislocati presso gli istituti più problematici o addirittura, secondo alcuni, in ogni scuola sia la soluzione più efficace per sconfiggere o almeno attenuare il malessere giovanile.
Nell’attuale clima di violenza e con la preoccupazione di provvedere nel più breve tempo possibile abbiamo perso il senso della complessità delle cose e, attraverso scorciatoie diverse e contraddittorie (maggiore severità, delega del problema a soggetti terzi come psicologi e assistenti sociali, denuncia della fragilità delle famiglie, coinvolgimento delle forze di polizia), ci convinciamo di battere una strada nuova che non lascia i docenti da soli.
Chi vive a contatto con la scuola è ben consapevole che lo stato di sofferenza viene da lontano e da più parti e per molteplici ragioni che è persino superfluo enumerare: la marginalità delle politiche dell’istruzione nell’agenda politica, la priorità assegnata da tempo alla sbrigativa sistemazione in ruolo del personale senza curarne la selezione qualitativa, la convinzione che il moltiplicarsi delle rilevazioni statistiche sia quasi magicamente occasione di miglioramento della qualità scolastica e, più in generale, la grande difficoltà di mettere in relazione la vita quotidiana della classe con una condizione giovanile assai diversa dal passato, più libera, meno soggetta all’autorità genitoriale, influenzata più dalla realtà virtuale che dal non semplice confronto con quella reale.
È gradualmente ma inesorabilmente venuta meno la volontà e forse la capacità di guardare in faccia lo stato delle cose e di dire parole profonde che toccano il cuore. Così spesso si finisce per pronunciare solo discorsi suadenti che promettono il successo facile senza bisogno della fatica dello studio.
Se si vuole davvero il bene della scuola occorre piuttosto sperimentare nuove vie che, senza rinunciare all’ordine che impone qualunque esperienza di vita sociale, offrano anche adeguate opportunità di riscatto a chi, per varie ragioni, ha bisogno di aiuto e di sostegno e, quando è il caso, anche di severità tuttavia non anonima, ma adeguata ai casi specifici. A titolo semplicemente esemplificativo si possono fare almeno tre brevi riflessioni.
È fuorviante pensare che tutta la scuola italiana viva in uno stato di emergenza anche se alcune situazioni sono emergenziali. Il disagio scolastico per fortuna è una patologia dai confini circoscritti che si manifesta in forme diverse e con intensità differenti in relazione non solo al contesto sociale, ma talvolta e con caratteristiche addirittura variabili da istituto ad istituto dislocati nel medesimo ambiente.
Questa molteplicità di situazioni sarebbe da indagare caso per caso, ma è plausibile ritenere che dipenda dalla capacità del corpo docente di mettere in campo la forza ideale di una comunità dalle idee ben precise e condivise. Il fattore umano gioca un ruolo decisivo come accade in ogni ambiente. Ma specialmente in quello educativo esiste una componente decisiva, nel nostro caso la “giusta alchimia pedagogica” che consente di compiere l’azione giusta al momento giusto, così da garantire se non il successo almeno il contenimento dell’insuccesso e scongiurare il fallimento.
Alla luce di questa elementare constatazione sarebbe auspicabile che la scelta dei docenti fosse più oculata di quanto non accade oggi, non affidata a concorsi standardizzati di stampo gentiliano, ma gestiti in modo adeguatamente personalizzato, in piccoli gruppi di scuole (a livello, per esempio, di quello che anni fa era il distretto) e strettamente funzionali ai bisogni di ciascun istituto non solo per la classica “copertura” delle cattedre, ma anche e soprattutto in ragione della sensibilità educativa del candidato, delle sue esperienze pregresse, del suo desiderio di operare nella scuola per scelta e non soltanto perché senza lavoro. Bisogna dire con chiarezza che senza insegnanti competenti e in grado di essere educatori di razza non si risolleveranno le sorti della scuola. Infatti, andare a scuola significa imparare un metodo per affrontare la vita e quindi non può limitarsi al nozionismo.
La terza riflessione riguarda la gestione degli alunni che un tempo erano definiti disadattati e di quelli violenti con il coltello in tasca (ma l’una e l’altra questione sono spesso strettamente intrecciate).
Non si può chiedere che il capo di un istituto sia anche un commissario di polizia e neppure si possono caricare i docenti di responsabilità che talora toccano il codice penale. E neppure, per quanto forse parzialmente utili, per far tornare alla normalità i casi più complicati sono decisive varie forme preventive di cui si sta discutendo: dall’impiego di metal detector alla moltiplicazione di sportelli psicologici, da un più solido rapporto con le autorità di polizia all’ingaggio di assistenti sociali stante, spesso, lo stretto rapporto tra disagio sociale e malefatte scolastiche, il coinvolgimento sistematico dei genitori. Non si può strumentalizzare la scuola per passare da uno stato di diritto ad uno stato di polizia. Il dialogo tra scuola e famiglia deve essere un dialogo costruttivo per rimuovere gli ostacoli educativi per una civile convivenza.
Gli istituti scolastici, attraverso gli organi collegiali, hanno gli strumenti per individuare facilmente gli studenti “difficili”, socialmente in disordine, affetti da bullismo o, purtroppo, pericolosamente violenti. Oggi gli insegnanti sono soli ad affrontare soggetti che non temono il 5 in condotta o la sospensione dalle lezioni.
Per fronteggiare e convivere con questi novelli Franti (dal mitico nome dell’alunno ribelle del libro Cuore) possano essere di grande utilità educatori di professione adeguatamente formati (come, ad esempio, i laureati in Scienze dell’educazione) più che psicologi e assistenti sociali, dei veri pedagoghi di montessoriana memoria.
Gli stessi insegnanti debbono essere educatori allenati a personalizzare nell’immediatezza della vita quotidiana la relazione interpersonale, ad accompagnare i soggetti “difficili” nel compimento dei loro doveri scolastici e ad agire soprattutto in un’ottica preventiva, primo passo per ricostruire quel processo educativo mai cominciato o interrotto per i più vari e complessi motivi.
In questo caso non sarà necessario affidare a degli educatori terzi la professionalità dell’intervento educativo, ma lo si inquadra in un rapporto dinamico degli insegnanti con gli alunni senza rilasciare delega alcuna.
Dotare le scuole di un certo numero di educatori professionali stipulando apposite convenzioni con cooperative qualificate non sarebbe una buona idea. Gli alunni “difficili” non hanno bisogno solo di regole, disciplina ferrea, ma anche di una società che sappia rimuovere le cause negative presenti nelle espressioni diseducative che si possano trovare nei social, spiegando le conseguenze negative e offrendo esempi di adulti positivi “altri”, come dovrebbero essere i genitori ed i professori, che sappiano ascoltarli, interagire, condividere i loro problemi e aiutarli a stare lontani da ciò che può loro nuocere.
La società non ha bisogno di una scuola classista, ma di una scuola inclusiva che sappia formare una società migliore. Purtroppo, oggi, chi ha in mano i destini del mondo, non aiuta, in questo momento storico, ad offrire solidi esempi di vita virtuosa.
Salvatore Rondello

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