
Due elezioni cruciali in un giorno solo: una per eleggere il nuovo parlamento, che resterà in carica 5 anni, l’altra per approvare riforme costituzionali che consentano al paese di voltare pagina. Quella che si è appena conclusa in Bangladesh è stata, più che una votazione, uno stress test cruciale lungo la strada per la democratizzazione. Oltre 127 milioni di elettori – su una popolazione di 178 milioni – sono stati chiamati alle urne per le prime elezioni dalla caduta del governo di Sheikh Hasina, rovesciato dalla ‘Rivoluzione dei Monsoni’, una delle numerose ondate di protesta guidate dalla Generazione Z che hanno travolto l’Asia meridionale e sudorientale tra il 2024 e il 2025. L’età media è di soli 26 anni, il che significa che molti elettori hanno raggiunto la maggiore età durante il regime di Hasina, quando le elezioni erano esercizi per lo più privi di significato. Oggi sperano che il voto possa inaugurare una nuova era di governo rappresentativo per il Bangladesh. “Abbiamo messo fine all’incubo e iniziato un nuovo sogno”, ha dichiarato nel discorso post-voto il leader ad interim e premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, mentre lo spoglio è ancora in corso e i risultati definitivi sono attesi per venerdì.

Un futuro post-Hasina?
I principali contendenti sono il partito nazionalista del Bangladesh (BNP) di centro-destra guidato da Tarique Rahman, considerato il favorito, e il Jamaat-e-Islami di Shafiqur Rahman, il più grande partito musulmano del Bangladesh, un tempo escluso dalle elezioni. Assente invece la Lega Awami, ex partito di Sheikh Hasina e pilastro della politica bengalese per decenni, a cui è stato vietato partecipareal voto. Una decisione che ha alimentato le critiche dei suoi sostenitori, secondo cui queste elezioni non sono né giuste né libere. Intanto Hasina – leader autoritaria per oltre 15 anni – rimane in esilio autoimposto in India, dopo essere stata condannata a morte per crimini contro l’umanità in seguito alla brutale repressione dei manifestanti. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, in Bangladesh durante le proteste almeno 1400 persone avrebbero perso la vita. In vista del voto, le misure di sicurezza sono state aumentate e quasi un milione di agenti sono stati dispiegati per le strade del paese per timore di violenze, anche se dai resoconti sulla stampa locale e internazionale gli elettori sembrano più motivati dalla speranza che dalla rabbia.
Voglia di riforme e democrazia?
Chiunque vinca la competizione si troverà a fare i conti con una realtà complessa: sebbene prevalgano preoccupazioni quotidiane come l’aumento dei prezzi, la disoccupazione, la corruzione e l’ordine pubblico, la domanda più importante per molti elettori è se il nuovo governo riuscirà a realizzare riforme politiche e sociali contenute nella ‘Carta di Luglio’ e a garantire il processo democratico. Per anni il Bangladesh è stato teatro di violenze politiche, repressioni, arresti di massa e sparizioni forzate. Oggi nel paese è cresciuta la richiesta di giustizia per gli abusi commessi dai governi precedenti. Un’altra piaga da contrastare è la corruzione, soprattutto nelle cariche pubbliche: secondo diversi indici il Bangladesh si colloca regolarmente tra i paesi più corrotti al mondo e non è un caso che entrambi i partiti favoriti, BNP e Jamaat-e-Islami, abbiano posto la lotta alla corruzione in cima alla loro agenda politica. Con oltre il 40% degli elettori di età compresa tra i 18 e i 37 anni, anche la sicurezza interna e la ripresa economica, in un contesto geopolitico incerto, sono in cima alle aspettative. Secondo le stime della Banca Mondiale la povertà in Bangladesh è aumentata e ci sono meno posti di lavoro, soprattutto per le donne.
Una risonanza regionale?
Su tutto questo aleggia il ‘fattore Hasina’, che vive in esilio in India dall’agosto 2024. La richiesta formale di estradizione avanzata da Dhaka – che ha assunto una nuova urgenza dopo la sua condanna a morte in contumacia nel novembre 2025 – è rimasta finora senza risposta da parte di New Delhi. Per i giovani attivisti che hanno guidato la rivolta, il mancato rimpatrio è la prova che parti del vecchio sistema sopravvivono grazie a protezioni esterne. Per l’establishment indiano è fonte di imbarazzo e complica la pretesa neutralità di Delhi. Così, mentre in Bangladesh lo spoglio continua, non è sbagliato ipotizzare che i risultati del voto avranno un’eco ben oltre i confini del paese. Le elezioni in Nepal previste il 5 marzo e le consultazioni statali in India, in Bengala Occidentale e Assam tra marzo e maggio, si svolgeranno in un clima inevitabilmente influenzato da quanto accade a Dhaka. Di certo il voto bengalese non determinerà automaticamente gli esiti regionali, ma contribuirà a ridefinire il contesto politico dell’Asia meridionale in una fase di transizione ancora in corso.
Il commento
Di Michele Danesi, ISPI Asia Centre
“Il voto di oggi rappresenta uno spartiacque fondamentale per il Bangladesh. La volontà di lasciarsi alle spalle il lungo governo Hasina e il suo allineamento con l’India di Modi hanno portato a una crescita dei partiti islamici e, all’estero, a un riavvicinamento a Pechino. In tutto questo, il referendum determinerà la possibilità di dare un seguito alle richieste del movimento che ha portato avanti la rivolta nell’estate del 2024. Se il governo Yunus si è infatti concentrato sulla ripresa della crescita nazionale, la sicurezza e le disparità economiche sono ancora al centro dei problemi della nazione. Le sfide del paese rimangono trasversali a tutti i partiti: risollevare l’economia nazionale, ricalibrare l’allineamento internazionale e portare avanti riforme sociali strutturali”.
Alessia De Luca

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