
Non v’è spettacolo più distopico e moralmente lacerante, nella cronaca politica dei nostri giorni, di quello che vede i più fervidi fautori della riforma della Giustizia coincidere pedissequamente con i protagonisti più discussi delle sue aule giudiziarie. Di fronte a una classe dirigente che sembra collezionare pendenze penali, rinvii a giudizio e sentenze definitive come fossero medaglie al valore o titoli nobiliari, il prossimo referendum smette di essere un asettico dibattito tecnico tra giuristi per trasformarsi in una resa dei conti etica tra il Palazzo e la cittadinanza. Quando il legislatore, che dovrebbe incarnare l’integrità delle istituzioni, e l’imputato, chiamato a rispondere delle proprie azioni davanti alla collettività, siedono allo stesso tavolo decisionale, a tremare non è solo la credibilità della politica, ma l’architettura stessa della nostra democrazia liberale e l’equilibrio dei poteri sancito dai Padri Costituenti.
Il panorama attuale appare come una galleria di paradossi istituzionali che sfida apertamente il senso del pudore civile e la memoria storica del Paese. Risulta ancora nitida l’eco dei proclami di Giorgia Meloni quando, dai banchi dell’opposizione, invocava una drastica epurazione, promettendo di sradicare i corrotti dalla vita pubblica. Allora, ogni sospetto o passo falso della sinistra veniva incalzato con un rigore inquisitorio che non ammetteva sconti, trasformando ogni minima ombra in un patibolo mediatico e in una richiesta perentoria di dimissioni. Eppure, una volta giunta al Governo, quella severità si è sciolta come neve al sole, lasciando il posto a una gestione del potere che premia i fedelissimi a prescindere dal loro casellario giudiziale.
Il caso di Augusta Montaruli, esponente di Fratelli d’Italia, è, in tal senso, una ferita aperta sull’etica pubblica: condannata in via definitiva per peculato il 17 febbraio 2023 — riconosciuta colpevole di aver utilizzato risorse pubbliche per scopi strettamente privati — non ha trovato nella condanna un limite alla sua carriera, bensì un’inspiegabile spinta propulsiva. Con il beneplacito della Presidenza del Consiglio, è stata elevata al rango di Vicepresidente della Commissione di Vigilanza RAI. Accanto a lei, il coro dei “SÌ” alla riforma è guidato da figure di spicco della medesima compagine, come Daniela Santanchè (Fratelli d’Italia), Ministro della Repubblica stretto nella morsa di accuse che vanno dal falso in bilancio alla truffa ai danni dell’INPS, e da Andrea Delmastro (Fratelli d’Italia), Sottosegretario alla Giustizia condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Quest’ultimo caso appare quasi surreale: un uomo condannato per aver tradito la riservatezza dello Stato che, nondimeno, pretende di riscrivere le regole entro cui quello stesso Stato deve amministrare la legge.
Ma questi nomi non sono che gli ultimi eredi di una lunga genealogia politica che ha fatto del conflitto sistematico con la toga una bandiera identitaria. Non si può comprendere l’attuale spinta verso lo smantellamento dell’ordine giudiziario senza guardare al solco profondo tracciato dal ventennio a trazione Forza Italia. È in quel sistema di potere che affondano le radici dell’attuale insofferenza verso ogni forma di controllo esterno: dalle innumerevoli leggi ad personam di Silvio Berlusconi alle vicende di Roberto Formigoni (Forza Italia), condannato in via definitiva per corruzione, passando per le figure di Marcello Dell’Utri (Forza Italia), condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e Cesare Previti (Forza Italia), il cui nome resterà per sempre legato alla corruzione dei giudici. La lista di esponenti del centro-destra travolti da indagini, arresti e condanne è, del resto, così lunga da rendere impossibile una citazione esaustiva in questa sede, componendo un vero e proprio catalogo dell’illegalità che ha segnato la storia recente del Paese. Questa eredità non è svanita, ma si è trasformata in una dottrina politica che vede nella Magistratura non un potere indipendente, ma un fastidioso ostacolo alla volontà di chi detiene oggi la maggioranza dei voti.
È opportuno chiarire che il sistema giudiziario non è un dogma immutabile: le riforme si possono e, in molti casi, si devono fare per rendere i processi più celeri e la macchina dello Stato più efficiente. Tuttavia, ogni intervento legislativo è legittimo solo a patto che non mini il principio supremo della sua indipendenza di fronte a qualunque cittadino — sia esso un politico di alto rango, un magistrato, un medico o un operaio. I Padri Costituenti, reduci dalla tragica esperienza del fascismo che aveva asservito la magistratura al volere del regime, avevano visto giusto nel blindare l’autonomia dei giudici. Sapevano che solo una giustizia terza e imparziale può garantire che il potere non si trasformi in tirannia e che la dignità del singolo sia protetta dall’arbitrio dell’autorità. Sostituire quel modello con uno sbilanciato verso l’esecutivo significherebbe tradire quella lezione storica pagata a carissimo prezzo.
A conferma di quanto il fine giustifichi i mezzi per l’attuale esecutivo, si registra un intollerabile colpo di mano che ferisce il cuore della partecipazione popolare. Attraverso la bocciatura sistematica in Commissione Affari Costituzionali di ogni emendamento delle opposizioni, il Governo ha negato a circa cinque milioni di cittadini fuorisede la possibilità di votare nel proprio luogo di domicilio. Un atto palesemente antidemocratico che obbligherà milioni di persone a onerosi e difficili spostamenti per esercitare un proprio diritto costituzionale. È lecito chiedersi di cosa abbia paura Meloni: la risposta risiede probabilmente nel timore di un voto consapevole e trasversale che il Governo preferisce silenziare, anteponendo il calcolo elettorale a quella piccola, ma vitale, cosa chiamata Democrazia.
Questa lunga catena di “eccellenti” indagati e manovre ostruzionistiche rivela dunque la vera, inquietante posta in gioco che si nasconde dietro la consultazione referendaria. La narrazione della “separazione delle carriere” è il paravento dietro cui si cela l’erosione dell’Articolo 104 della Costituzione. L’obiettivo reale è trasformare il Pubblico Ministero in un’appendice gerarchica dell’Esecutivo, un “poliziotto del Governo” pronto a garantire una zona d’ombra ai potenti di turno. Votare “NO” significa dunque compiere un atto di resistenza civile contro un progetto che vorrebbe la politica legibus soluta (potere “sciolto dalle leggi”, ovvero sottratto al dovere di risponderne). Difendere l’autonomia dei giudici oggi significa impedire che gli indagati di ieri e i condannati di oggi diventino i padroni assoluti della Giustizia di domani, riaffermando che nessuno, per quanto alta sia la sua poltrona, può essere considerato al di sopra della verità processuale e del dettato costituzionale.
Antonio Laraia

Lascia un commento