
Tra il 19 e il 21 gennaio, il ciclone Harry si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, con picchi soprattutto sulle coste dello Ionio e del Canale di Sicilia in particolare.
INGV, l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che è l’ente pubblico di ricerca italiano che si occupa di terremoti, vulcani, maremoti/tsunami spiega così: il Mediterraneo più caldo accumula più energia e più umidità disponibili; e quindi, quando arriva la perturbazione giusta, si verificano temporali e piogge molto concentrate, raffiche di vento più forti e mareggiate amplificate.
Case spaccate, strade a pezzi, porticcioli distrutti, imprese ferme, gente nel fango e danni stimati giganteschi: oltre il miliardo. 
La Protezione civile regionale ha funzionato e ha rivendicato giustamente come la preparazione all’allerta rossa abbia portato a “zero vittime”.
Poi, ieri sera, in fondo ai telegiornali, la notizia che in quegli stessi giorni, nel Canale di Sicilia, c’è stato di un naufragio con almeno 50 morti e con un solo sopravvissuto.
In più, c’è l’allerta su circa 380 dispersi (otto barche partite dalla Tunisia e mai arrivate): sono persone scomparse, quindi potenziali vittime, ma non ancora conteggiate come “morti accertati”.
Quando lo saranno, dovremmo prendere atto che a poche centinaia di km, forse meno, dalla nostra costa ci sono state ben 430 morti causati dal ciclone Harry.
Nonostante ogni giorno partano dall’Africa le barche piene di migranti, nessuno, a parte gli allarmi delle ONG non ascoltati, aveva pensato a loro, nessuno li ha avvertiti né soccorsi.
Ma quando la conta dei morti sarà accertata non potremo più parlare di “zero vittime”, senza vergognarci di noi stessi e del nostro Paese.
Enrico Rossi

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