
Dopo 15 giorni dall’inizio, continuano le proteste in Iran e si allargano a regioni che finora non erano state coinvolte.
Il regime degli ayatollah reagisce inasprendo la repressione. Si parla di più di 200 morti e di ospedali al collasso. Internet è stata praticamente oscurata.
Le proteste del popolo iraniano nate su di un terreno economico legato alla crisi e all’inflazione ormai sono diventate uno scontro di potere che mette in crisi la Repubblica islamista.
Gli iraniani chiedono da tempo con le loro coraggiose proteste un cambiamento di regime.
Ma qualsiasi strumentalizzazione e intervento dall’esterno finirebbe per danneggiare gli stessi manifestanti e per dare forze alle accuse degli ayatollah di essere nemici del Paese.
Gli iraniani non hanno bisogno di nessun intervento dall’esterno, soprattutto da parte di chi, come gli USA di Trump, praticano una politica colonialista e imperialista.
Trump avverte che potrebbe intervenire. Dopo l’aggressione al Venezuela, è una minaccia pesante da parte di chi vuole essere padrone del mondo violando il diritto internazionale è facendo valere solo la legge del più forte.
Significativo è anche il sostegno a favore del figlio dello scià , Reza Pahlavi, per ristabilire la monarchia in Iran e reinsediarlo sul trono, come già avvenne con un colpo di Stato nel 1953, per il padre, un infame dittatore, una marionetta degli USA.
Gli iraniani devono decidere da soli del loro futuro e trovare autonomamente la propria strada verso la democrazia.
Trump farebbe meglio invece a dare ascolto alle grandi manifestazioni che si stanno sviluppando in tutto il Paese dopo l’omicidio orrendo di Renee Good da parte della polizia federale anti immigrazione, la quale pratica nelle città la caccia all’uomo per attuare il disegno di deportazione degli immigrati.

La reazione non si è limitata a Minneapolis, ma si è trasformata in una mobilitazione nazionale.
New York City, Boston, Baltimora, Detroit e altre città hanno ospitato raduni e marce di solidarietà contro l’ICE. 
Nel Texas (San Antonio) e nell’Area della Baia di San Francisco in California, migliaia di persone hanno manifestato chiedendo l’abolizione della polizia anti immigrati.
Quello che sta accadendo negli Stati Uniti dopo l’uccisione di Renee Good va letto come qualcosa di più profondo di una protesta contro un singolo abuso.
Emerge infatti una trasformazione del rapporto tra Stato, sicurezza e democrazia.
La violenza della polizia di Trump non appare come un errore da correggere, ma come uno strumento coerente di una scelta politica.
l’ICE, da struttura amministrativa per il controllo dell’immigrazione si è trasformata in una forza armata interna, centralizzata, direttamente dipendente dall’esecutivo. Questo sposta il problema dal piano dell’abuso individuale a quello dell’architettura del potere. Non si tratta più di “mele marce”, ma di un modello che normalizza la forza come linguaggio politico.
La sicurezza diventa identità, la repressione messaggio, il conflitto una minaccia da neutralizzare. In questo quadro, diritti, e garanzie costituzionali vengono svuotati, sostituiti da un principio semplice: obbedienza uguale sicurezza.
È questo il senso della difesa della polizia federale che Trump sta facendo di fronte al caso di Renee Good: “chi ostacola le forze federali si assume dei rischi” dichiara il Presidente USA.
È una svolta autoritaria: le proteste vengono lette come attacco allo Stato
Le manifestazioni che attraversano molte città non chiedono solo giustizia per Renee Good. Mettono in discussione l’idea che la democrazia possa essere sospesa a tempo indeterminato in nome dell’ordine. È per questo che lo scontro è così duro: perché non è negoziabile, perché riguarda la definizione stessa di cosa sia lo Stato.
Negli Stati Uniti esistono elezioni, pluralismo mediatico, opposizione politica, ma stanno emergendo zone sottratte al controllo democratico – immigrazione, sicurezza interna, ordine pubblico – dove lo Stato agisce senza rendere conto. In questo modo nasce lo Stato di sicurezza permanente.
Il punto è che ciò che accade negli Stati Uniti non resta mai confinato lì e tende a diventare orizzonte culturale e operativo anche per l’Unione europea, seppur in forme diverse.
L’Europa non è – e non è ancora – gli Stati Uniti di Trump. Ma da anni mostra una fragilità strutturale: fatica a pensarsi come soggetto politico e, quando entra in crisi, reagisce rifugiandosi nelle politiche della sicurezza, della chiusura contro i migranti e infine della corsa al riarmo e inevitabile militarizzazione della società.
Immigrazione, confini, ordine pubblico sono diventati i campi in cui questa debolezza emerge con più chiarezza.
Anche il tema della autonomia della Magistratura diventa un terreno di scontro per concentrare il potere nelle mani del governo, come è già avvenuto e avviene nell’America di Trump.
Il caso americano funziona come possibile anticipazione e avvertimento.
Mostra cosa succede quando le politiche repressive diventano identità politica e quando il dissenso viene ridefinito come problema di ordine pubblico, ostacolo al funzionamento dello Stato.
L’Europa non è obbligata a percorrere la stessa strada.
Noi democrati in Italia abbiamo il compito di fermare questa deriva autoritaria battendo i neofascisti al governo e questa destra che è la più trumpiana dell’Europa.
Le proteste in Iran e quelle negli USA sono diverse in situazioni completamente diverse, ma entrambe esprimono un bisogno di libertà e di giustizia che è ineliminabile e che fa sperare per il futuro dell’umanità.
Ora tocca anche a noi in Italia e in Europa far sentire forte la nostra voce.
Così pensando e così facendo costruiremo concretamente un nuovo internazionalismo solidale.
Enrico Rossi

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