
Dopo l’attacco di Trump al Venezuela, il Brasile difende la sovranità mentre l’Italia tace.
Mentre a Roma il governo italiano sembra fare a gara a chi si inchina più velocemente davanti a Donald Trump, dal Brasile arriva una lezione di politica con la P maiuscola. Luiz Inácio Lula da Silva non ha avuto paura di alzare la voce. Non ha scelto la via del silenzio o della convenienza, ma ha tracciato una linea che non si può calpestare. La differenza è abissale: da una parte c’è chi si comporta da suddito, dall’altra c’è uno statista che difende la legge internazionale contro la prepotenza del più forte.
Le immagini dei bombardamenti su Caracas e la cattura del presidente venezuelano hanno fatto il giro del mondo, mostrando una violazione totale delle regole che dovrebbero garantire la pace tra le nazioni. Di fronte a questo, il mondo si è diviso in due. Non è una sfida tra chi sta con Maduro e chi no — perché i fallimenti del leader venezuelano sono chiari a tutti — ma è una scelta tra chi ha ancora un briciolo di dignità e chi ha già deciso di fare il “lavoro sporco” per il nuovo padrone americano.
Lula ha parlato come un leader che sa bene cosa significa vedere il proprio continente calpestato da interessi stranieri. Le sue parole sono un atto di coraggio puro. Dire che gli attacchi americani sono una “linea inaccettabile” significa ricordare a tutti che, se saltano le regole internazionali, nessuno è più al sicuro. Lula non sta proteggendo una dittatura, sta proteggendo l’idea che il mondo non possa essere una giungla dove chi ha più bombe decide chi deve vivere e chi deve governare.
L’analisi del presidente brasiliano è chiarissima: se accettiamo che un Paese possa bombardarne un altro per cambiare un governo, stiamo tornando indietro di secoli. È l’inizio di un’era di caos, dove la violenza sostituisce il dialogo e la forza bruta cancella la diplomazia. Lula ha ricordato che il Brasile ha sempre condannato l’uso della forza, ovunque sia successo, mantenendo una coerenza che oggi, in Europa, sembra essere diventata una merce rarissima.
In questo scenario desolante, un segnale di speranza e di civiltà arriva però dalla sinistra italiana. Mentre Palazzo Chigi balbetta o giustifica l’ingiustificabile, i leader delle opposizioni — dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, fino ad Alleanza Verdi e Sinistra — hanno alzato un muro invalicabile. La condanna della sinistra italiana è stata netta, severa e senza sconti: l’attacco di Trump è stato denunciato per quello che è, ovvero una violazione brutale del diritto internazionale che mette a rischio la sicurezza globale.
Questa presa di posizione non è solo una scelta politica, ma un atto di fedeltà alla nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. La sinistra ha avuto il merito di ricordare che non esiste “amicizia” o “alleanza” che possa giustificare il silenzio davanti a un atto di pirateria internazionale. Denunciando l’aggressione statunitense, hanno dato voce a quell’Italia che non vuole essere complice di nuovi conflitti e che crede ancora nel ruolo delle Nazioni Unite e della legalità.
Il confronto con il governo di Giorgia Meloni resta invece imbarazzante. Per anni abbiamo sentito parlare di “sovranità”, di “orgoglio nazionale” e di “testa alta”. Eppure, alla prima prova dei fatti, tutta questa retorica è sparita. La destra italiana, che si dice “patriota”, oggi tace o applaude nervosamente, sperando in un cenno di approvazione da Washington. È la dimostrazione che il loro sovranismo vale solo contro i deboli o nelle piazze, ma si scioglie come neve al sole davanti ai potenti di turno.
Lula ha avuto il coraggio di dire la verità che nessuno al governo in Italia osa pronunciare: la dignità di un popolo non è in vendita. Si può condannare un dittatore senza per questo accettare che il diritto internazionale venga fatto a pezzi. Grazie alla fermezza di Lula e alla reazione indignata della sinistra nel nostro Paese, sappiamo che c’è ancora chi non si arrende all’idea che il mondo appartenga a chi colpisce più forte. Perché senza dignità non esiste politica, ma solo sottomissione.
Antonio Lararia

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