
John Elkann in tuta con cappuccio che in un video si rivolge ai tifosi della Juventus per smentire le voci sulla vendita del club di famiglia non è una notizia ma un segnale politico e culturale. È lo specchio dei tempi. Non perché riguardi la squadra più titolata del Paese ma perché racconta un mutamento profondo del linguaggio del potere. Ogni epoca costruisce la propria iconografia e la nostra sembra aver deciso di rinunciare a ogni riferimento simbolico al passato. Inutile il paragone con Gianni Agnelli l’Avvocato che trasformava l’eleganza in una forma di comando portando l’orologio sopra il polsino o gli scarponcini sotto lo smoking. I tempi non sono più quelli ed è inutile rimpiangerli ma non per questo i gesti diventano neutri. Lo stile non è mai solo una questione estetica. È una grammatica del potere. Le classi dirigenti economiche e politiche influenzano la società non solo attraverso le decisioni ma anche attraverso il modo in cui si mostrano e parlano. Non sta a noi giudicare i comportamenti individuali ma osservare come il linguaggio pubblico si sia progressivamente semplificato fino a farsi mimetico. Una politica che si consuma nello scontro verbale e nell’insulto permanente senza mai dichiarare uno schema di gioco per la partita che riguarda la vita collettiva non è rottura ma regressione. Non è anti-sistema è sistema senza visione. Anche il sapere sembra aver rinunciato ai propri segni. Il medico in camice sgualcito e scarpe da ginnastica non scandalizza più perché la competenza è giustamente misurata sui risultati ma resta una domanda aperta se l’abbigliamento e il linguaggio siano ancora strumenti di autorevolezza o se l’autorevolezza stessa sia diventata un concetto sospetto. La cultura dell’orizzontalità ha prodotto inclusione ma anche un appiattimento che rende indistinguibile chi guida da chi segue. Il richiamo ai tempi barbarici va allora sottratto alla caricatura. Dopo la caduta dell’Impero romano quelle popolazioni considerate distruttive furono in realtà protagoniste di una transizione storica complessa. I barbari non cancellarono la civiltà romana ma ne consumarono i resti per costruire nuovi equilibri mescolando diritto romano tradizioni locali e forme di potere emergenti. Fu un tempo di voracità ma anche di rifondazione. Le epoche che divorano simboli lo fanno spesso perché ne stanno preparando di nuovi. Oggi ci troviamo in una fase analoga. I social accelerano il consumo dei linguaggi e la politica si adatta inseguendo l’immediatezza invece della profondità. Pensavamo che questa voracità digitale avrebbe reso superflua la carta stampata. E invece no. La crisi che investe Repubblica e La Stampa non è tecnologica ma culturale. Riguarda il ruolo dell’informazione come spazio di mediazione e non solo di amplificazione. Proprio La Stampa con la rubrica “Lo specchio dei tempi” ha dimostrato che il giornalismo può ancora essere servizio civile trasformando la generosità dei lettori in aiuti concreti. Ai colleghi va la nostra solidarietà perché quando un giornale entra in difficoltà non è solo un’azienda a tremare ma un pezzo di democrazia. I barbari di oggi non assediano le città ma il senso. Non portano elmi ma algoritmi. E la loro voracità resta identica a quella di sempre.

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