
Uno sguardo d’insieme
La deriva italiana è facilmente osservabile nella inarrestabile rincorsa della povertà, nel più che ventennale blocco della crescita economica, nella fuga dei cervelli, nel blocco delle nascite, nella desertificazione delle terre di mezzo, nell’arretramento dello Stato su tutta la linea del fronte economico, formativo, sanitario e sociale.
Il debito pubblico, dal canto suo continua a drenare ingenti risorse nonostante i benevoli giudizi delle agenzie internazionali di rating attente a non compromettere la tenuta dei debitori.
L’economia è ferma da molti decenni su livelli di crescita minima o insignificante alternata a frequenti contrazioni al limite della recessione mentre galoppano evasione/elusione e corruzione/collusione.
L’opzione nordatlantica.
Tutto questo in costanza di scelte indissolubilmente legate, a partire dagli anni ‘60, in coincidenza con la fine di Enrico Mattei e di Adriano Olivetti che tanto avevano spaventato gli USA, al paradigma atlantico che privilegia le economie del Mar del Nord, puntando su tecnologie, settori e mercati tradizionali, inseguendo investimenti privi di prospettive e disconoscendo il Mediterraneo come epicentro di tre continenti tra loro indissolubilmente legati e dalle potenzialità inesplorate. Le opzioni industriali nazionali coincidenti con le vocazioni produttive espresse dai distretti settentrionali sono state di conseguenza ancorate al sistema produttivo tedesco privilegiando le esportazioni e trascurando il mercato interno.
Il sottosviluppo. Il confronto con la Spagna
Il Mezzogiorno langue in uno stato di conclamato abbandono che prelude alla sua trasformazione in hub energetico costruito su fotovoltaico ed eolico, per l’Europa.
I suoi territori sono lasciati alla desertificazione ed intanto 80/100.000 ragazzi se ne vanno ogni anno e si aggiungono ai due milioni già espatriati negli ultimi decenni.
In particolare nei tempi più recenti 700.000 laureati, la maggior parte provenienti dal Sud, sono andati via dall’Italia (dati istat).
Sei milioni sono gli italiani registrati nell’anagrafe dei residenti all’estero( dato anagrafe residenti esteri).
L’indice di natalità mostra una nazione in netto declino, incapace di garantire l’equilibrio demografico e nel contempo maldisposta a dotarsi di una seria politica di accoglienza degli immigrati di cui pure ha bisogno come un affamato del pane.
La crescita é bloccata.
La Spagna al confronto avanza a ritmi del 3% annuo gestendo efficacemente i fondi europei nei grandi progetti infrastrutturali e nell’ammodernamento tecnologico della nazione senza distinzione tra Nord-Sud, Est-Ovest e accogliendo immigrati in maniera assai attenta e lungimirante.
I ragazzi italiani si trasferiscono a Madrid ed a Barcellona o Valencia. I ragazzi spagnoli non vengono in Italia.
Dismissioni e privatizzazioni.
Sul fronte economico l’italia, in ossequio al credo delle privatizzazioni diffuso a Davalos dal club Bilderberg, ha assurdamente rinunciato sin dagli anni ‘80 e ‘90, a presidiare il fronte industriale e tecnologico dismettendo tutti i suoi asset, anche quelli strategici e pregiati, a cominciare dall’energia e, da ultimo, la produzione di acciaio, privandosi di qualsiasi politica economica.
Le dismissioni hanno azzerato il patrimonio nazionale senza incidere sul debito pubblico il cui ridimensionamento veniva pure indicato quale obiettivo irrinunciabile per quelle rinunce.
Esse hanno colpito anche il patrimonio dei servizi trasformando in aziende financo la scuola e gli ospedali.
I contorni dello sviluppo mancato.
Il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni è in caduta libera.
Anche il livello nominale di essi langue essendo il più basso in Europa e nel mondo occidentale.
L’aumento occupazionale record, pure registrato dall’Istat in questo ultimo periodo, avviene a scapito dei livelli salariali ed in virtù della fragilità/precarietà del lavoro che non tutela dalla povertà.
Lo sfacelo è davanti agli occhi di tutti. Solo che lo si voglia guardare liberi dalla scorciatoia propagandistica.
Nelle scelte di politica internazionale l’italia, priva di asset economici, sguarnita di capacità finanziaria autonoma ed anche di ipercapitalisti, riparati, quei pochi esistenti, all’estero, é ininfluente sul fronte industriale, assente nelle alte tecnologie ed alla mercé delle big tech americane esentasse per i suoi fabbisogni.
Sul piano interno é incapace di mettere in cantiere una strategia di crescita nazionale efficace e tampoco di definire una visione di progresso condiviso con il Mediterraneo oltre che di cooperazione con i mercati emergenti in una prospettiva di riequilibrio policentrico del mondo.
Essa ha scelto il ruolo di accondiscendente fiancheggiatrice dei manovratori della politica mondiale, Stati Uniti nella versione autoritaria e suprematista in testa, senza tralasciare i contraddittori ammiccamenti al dittatore russo e gli apprezzamenti a quello cinese, prestandosi maldestramente a destabilizzare l’Europa per compiacere il cerbero tripartito che vuole disfarsene per fare strame del mondo senza pagare alcun dazio.
Le nuove povertà in Italia sopravanzano quella antica.
La povertà in questo quadro finisce per essere per l’Italia una conseguenza obbligata.
Non si tratta della povertà di chi per mille motivi non ce la fa e si trova alla mercé della notte e dei capricci del tempo oltre che delle disattenzioni pubbliche e private.
Quella é la povertà antica nota e dolorosa, espressione di un’umanità troppo spesso incapace di voltarsi indietro, aiutare chi é caduto, aspettare chi è rimasto fermo, confortare chi si è ritrovato solo.
No, la povertà che sta segnando l’Umanità in generale e l’Italia in modo particolare, é la povertà di chi il lavoro ce l’ha e magari lo conserva al prezzo di salari inadeguati perché il sistema arranca, non ha idee, barcolla per mancanza di visione, prospettive e programmi non solo aziendali ma anche e soprattutto nazionali.
É la povertà di chi non trova lavoro dignitoso ed occasioni di crescita ed emancipazione in quadro nazionale asfittico preoccupato di accumulare consenso più che di costruire progresso. É la povertà che emargina la voglia di mettere su famiglia, che scoraggia dalla procreazione e che infine spinge ragazze e ragazzi ad andarsene via.
Tutto questo mentre il sistema economico si gioca le residuali possibilità di successo sui bassi salari, sulle precarietà e sugli occupati ultracinquantenni.
I numeri, i valori, i confronti internazionali
Su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti, oltre sei milioni vivono al di sotto della soglia di povertà. Diventano circa 13 milioni se si sommano quanti sono a cavallo di tale soglia (rapporto Caritas).
Intanto il potere di acquisto di salari e stipendi arretra e colloca l’Italia in coda alla classifica Europea a ridosso della Grecia che pure ha subito un default ed un tremendo commissariamento della troika finanziaria internazionale.
I livelli dei salari, stipendi e pensioni sono per di più paurosamente bassi. Non vi è, per essi, alcuna base minima di riferimento.
Anche qui in contrasto con quanto fa la Spagna che pure dà più di qualche spunto su come invertire la tendenza.
La precarietà del lavoro è alla base di ogni deriva.
I lavoratori delle partite IVA sono costretti a camuffarsi da professionisti e simil-aziende più o meno microscopiche per sopravvivere in un contesto dove essi svolgono, senza tutele e garanzie, mansioni e ruoli un tempo catalogate come funzioni intrinsecamente connaturate al lavoro strutturato.
La dignità è stata in gran parte scippata a quanti vivono ed operano o si avvicinano al mondo del lavoro.
Gli stage più o meno gratuiti sono una piaga diffusa. Il ricatto o la promessa di una assunzione futura spinge i ragazzi e le ragazze ad accettare condizioni impossibili ed i genitori a farsi carico del mantenimento magari a mille chilometri di distanza ed in città il cui costo della vita è proibitivo.
La pressione fiscale
Il fisco non è amico di chi lavora. Anzi chi si trova a lavorare o ad avere un reddito da pensione è sottoposto ad una pressione senza pari in Europa a compensare la devastante evasione. Non solo… anche eventuali avanzamenti di salario, stipendi o pensioni scontano prelievi fiscali maggiori conseguenti alle aliquote proprie degli scaglioni di reddito faticosamente raggiunti (fiscal drag). L’inflazione fa il resto.
La platea dei contribuenti fotografa tutta l’ingiustizia di un’Italia arcigna con chi lavora e debole o complice con chi evade e corrompe o si fa corrompere.
Il 27% dei contribuenti con redditi superiori ai 29.000 euro si fa carico del 77% dell’IRPEF nazionale. ( fonte Osservatorio 2025 sulle entrate Fiscali).
Intanto sono cento miliardi il valore della corruzione e altrettanti quelli dell’evasione in un paese che non riesce a disboscare la selva dei privilegi e delle rendite e arranca incapace di invertire la rotta.
Tutto questo in contrasto con un panorama europeo in cui salari, stipendi e pensioni crescono sia sul piano nominale che del potere d’acquisto al netto dell’inflazione mentre in Italia sono in caduta libera come valore nominale, potere d’acquisto, crescita relativa.
Oltre i 25.000 euro il fisco italiano ti considera benestante se non ricco. Ma a 15.000 euro sei a rischio povertà e se superi i cinquantamila ( reddito pressoché medio in molti paesi occidentali) diventi una specie di animale raro se non un nemico.
Ma non finisce qui.
Lavoro, partite IVA, salute, emigrazione e povertà
Gli stipendi medi sono assai bassi, tra 1200 e 1500 euro mensili e non garantiscono tranquillità soprattutto in caso di nuclei familiari appena più ampi di quelli mononucleari.
Un tempo il lavoro ti garantiva contro la povertà e ti traghettava addirittura a ridosso del benessere se non del ceto medio e ti apriva le porte dell’ascensore sociale.
Oggi il lavoro non ti libera dalla povertà, anzi ti spinge a ridosso di essa e ti costringe a stazionare perennemente ai margini della comunità in cui vivi.
Siamo alla parodia delle caste. Se tuo padre è avvocato fai L’avvocato, se é un politico fai il politico, se é un industriale fai l’industriale, se é un disoccupato rischi di fare il disoccupato con buona pace del mito, ormai tristemente dismesso, della mobilità sociale.
La perdita del posto di lavoro è sempre in agguato e comunque le condizioni di esso sono troppo sovente al limite.
E guai ad ammalarsi, soprattutto per i lavoratori costretti a camuffarsi da partite IVA.
Questi sono investiti della assurda, innaturale, funzione di nascondere il lavoro subordinato e di svilirne la dignità essendo costretti ad erogarlo proponendosi quali operatori di servizi autonomi con una partita iva concessa, anzi imposta e pretesa dallo Stato per compiacere il capitalismo straccione parente povero dell’ipercapitalismo padrone del mondo.
La povertà è in agguato ed anche la possibilità di curarsi visto lo stato comatoso della sanità pubblica.
Sono oltre cinque milioni gli italiani che rinunciano a curarsi perché non hanno la possibilità di pagare le strutture private mentre quelle pubbliche impongono tempi biblici.
Figuratevi se ad ammalarsi sono i lavoratori travestiti da partite iva o gli stagisti camuffati da apprendisti…
Per costoro il rischio povertà è compagno inevitabile e sempre dietro l’angolo. Chi può emigra. Se ne va, a Londra, a Berlino, a Parigi, a Barcellona, a Madrid, Lisbona. Chi non può cerca di sopravvivere in compagnia della povertà.
Verso la società assistenziale
Le nuove forme di povertà, terribili nella loro genesi e insopportabili nel vulnus che infliggono alla dignità, sono tutte qui.
Esse inducono a cercare espedienti per sopravvivere.
Nasce in questo contesto il dilemma se conviene lavorare o meno ai fini di tenere basso l’ISEE familiare, per rastrellare bonus e assistenze varie magari arrivando alla conclusione che conviene restare parcheggiati nel lavoro nero o grigio e portarsi a casa i bonus piuttosto che aumentare il proprio reddito in maniera trasparente e finire sotto la mannaia del fisco.
Dal canto suo il fisco si ingegna a creare diaspore: chi può se ne va a risiedere all’estero dove paga decisamente meno. E si ingegna a creare anche conflitti tra poveri laddove articola le sue aliquote discriminando i meno poveri dai più poveri invece di liberare entrambe le categorie dalla mannaia di un’imposizione abnorme e frustrante soprattutto in presenza dei privilegi garantiti ad evasori, furbi e approfittatori.
É fin troppo facile immaginare che tutto questo rimanda alla claudicante volontà dello Stato di combattere corruzione ed evasione ed alla insufficiente determinazione ad attrezzarsi per ridurre l’onere sul debito contravvenendo al dovere etico e morale di mettere in piedi politiche di progresso che restituiscano entusiasmo e prospettive ad una nazione stanca e sfiduciata.
Come se ne esce?
Non è nelle disponibilità delle persone cambiare le sorti della finanza e del potere ipercapitalistico mondiale che peraltro da troppo tempo le ha trasformate in fedeli praticanti della religione consumistica privando gli individui di ogni capacità di discernimento critico e addirittura della stessa capacita di progettare e realizzare il proprio futuro.
É certamente indispensabile che cambino i paradigmi dello sviluppo e che muti l’approccio al lavoro.
I primi dovranno essere centrati sulle positive ricadute nella organizzazione della vita sociale delle comunità.
Il secondo dovrà informare di sé la vita di ogni individuo.
La redistribuzione della ricchezza ne sarà una conseguenza obbligata e virtuosa in quanto scaturirà da un virtuoso dispiegarsi della crescita personale e collettiva .
Intanto essa dovrà passare, nell’immediato, da una imposizione fiscale coraggiosa scevra da timidezze verso le devastanti evasioni fraudolente o da blocchi geopolitici verso le cosiddette Big Tech e, ancora, libera da riserve accondiscendenti verso le rendite dei grandi evasori/elusori e patrimoni.
In una parola la redistribuzione della ricchezza passa dalla ridefinizione del ruolo dello Stato.
Questo deve riappropriarsi di tutte le funzione cui ha rinunciato tornando a presidiare i crinali dell’economia, dalla finanza alla produzione strategica, alla tecnologia, alla logistica fissando regole e stabilendo garanzie e programmando percorsi virtuosi quanto necessari.
In tale contesto anche l’approccio delle persone sarà chiamato a cambiare e sul piano critico e sul piano operativo.
La trasparenza e la responsabilità da un lato, e la cooperazione con la solidarietà dall’altro, che Leopardi nel suo testamento non solo poetico ma anche filosofico, immaginò quali virtù indispensabili della “Social catena”, rappresentano la sfida cui bisognerà necessariamente rispondere immediatamente. Nel presente, non in un ipotetico futuro.
Intanto lo smarrimento, la paura, l’ignoranza fatta di analfabetismo puro che si affianca a quello di ritorno, alla difficoltà montante di leggere e comprendere che riguarda due italiani su tre, all’impoverimento del linguaggio che dilaga come una marea inarrestabile, porta la società italiana a rifugiarsi, in percentuali crescenti e preoccupanti, nell’idea che un regime autoritario é preferibile alla vecchia democrazia (ultimo rapporto Censis).
Antonio Corvino
(3-continua)

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