
Le volpi e l’acciaio. Prima o poi le volpi finiscono in pellicceria, disse un noto politico del secolo scorso.
Io, pur essendo quasi un animalista convinto, auguro questa sorte alla prima ministra Meloni che parla e sparla su tutto fuorché dei lavoratori licenziati ingiustamente e presi a lacrimogeni.
Per ora, l’unica che è scesa in piazza al loro fianco è la sindaca di Genova. Brava!
La vicenda dell’acciaio in Italia è veramente incredibile al punto che un compassato Barnabei ieri sera in Tv sistema che costa di più chiudere lo stabilimento che avviarne la ristrutturazione e il rilancio.
Ma andiamo in ordine.
L’acciaio è fondamentale per lo sviluppo industriale. L’Italia che non aveva le materie prime, grazie allo Stato, divenne una eccellente produttrice, la migliore in Europa.
Poi arrivò, negli anni 90, la fase delle privatizzazioni e della deindustrializzazione, persino teorizzate come necessarie e opportune perché, si diceva, lo Stato non deve intervenire in economia e lo sviluppo sarebbe stato tutto sull’ICT e sul turismo.
Sono state scelte sciagurate, una svendita di un patrimonio pubblico con socializzazione delle perdite e ingenti profitti privati.
Il capitalismo italiano in questo, come in altri settori, ha fatto fallimento totale.
Le grandi acciaierie sono continuamente passate di mano, russi, algerini -forse gli unici che davvero volevano investire a Piombino- e infine il grande giro di giostra messo su durante il governo Renzi e quel genio di ministro che è stato Calenda con una gara internazionale, simbolo della volontà liberale e della fede nella concorrenza e nel mercato.
Ma fino ad un certo punto, perché Taranto se la prende Arselor Mittal collegato collegato in Italia alla siderurgia privata di Marcegaglia e a un pezzo centrale della finanza italiana come Intesa San Paolo, mentre Piombino va Jindal / JSW collegato a grandi privati italiani come Arvedi e Del Vecchio.
Gli indiani vanno bene ma con qualche capitalista italiano, così da raccontare che c’è stata gara e al contempo accontentare il capitalismo nostrano.
Promesse di investimenti green e rilancio, ma in pochi anni: tagli, impianti al minimo, contenziosi, uscita di scena.
A Piombino, dopo anni, ora si cercano altri investitori: Metinvest Adria ucraino-olandese e il Gruppo Danieli italiano.
Speriamo che sia la volta buona e che si torni a produrre acciaio di qualità con forni all’avanguardia perché l’Italia ha bisogno di binari ferroviari e non è giusto comprarli dall’Austria o altri produttori europei inglesi o spagnoli.
A Taranto Arcelor Mittal è stata giustamente estromessa.e ora il governo non muove un dito, non dà risposte, non incontra i lavoratori e non prende impegni seri.
Taranto oggi è il simbolo perfetto di come NON si governa un Paese industriale: due privatizzazioni fallite, miliardi pubblici bruciati, impianti fermi e una città ostaggio tra veleni e cassa integrazione.
Lo Stato è tornato dentro l’ex Ilva ma senza un piano, mentre si litiga su chi compra e chi fa causa a chi.
Gli operai e l’indotto difendono lavoro e dignità, il governo parla di dossier ma non apre un vero confronto a Palazzo Chigi perché non ha un’idea del futuro industriale del Paese.
Così stiamo accompagnando Taranto alla chiusura, al fermo dell’unico grande polo siderurgico integrato del Paese, il più grsnded’Europa e forse del mondo, realizzato con il denaro dei nostri genitori.
E quando avremo perso anche questo, scopriremo che un’Italia senza acciaio è un’Italia più dipendente, più debole e ancora più ingiusta che per rifornirsi d’acciaio lo comprerà sempre di all’estero, dai tedeschi e anche dagli americani.
Mi sono chiesto sempre perché tanta miopia ha caratterizzato da decenni l’Italia, sia quando è stata governata dal centrosinistra e, peggio ancora, dal centrodestra che neppure si impegna a dare risposte.
La mia opinione è che su è scelto di piegarsi agli interessi degli imprenditori del distretto siderurgico di Brescia: forni elettrici, riciclo di rottame, produttori privati molto forti e molto organizzati.
Una vera e propria potentissima lobby che condiziona le scelte politiche anche a danno degli interessi generali del Paese.
Una acciaieria di Taranto rilanciata , con forte intervento pubblico e prezzi competitivi, per il distretto bresciano è un problema perché significa un grande player che può spiazzare quote di mercato sul mercato interno.
Su Piombino lo schema è simile: se nasce un nuovo polo per laminati piani “green” con impianti moderni, green e energia relativamente competitiva per gli imprenditori lombardi dell’acciaiolo è un problema.
Infatti, per chi fa acciaio nel Nord (Brescia, Bergamo, ecc.) un nuovo impianto moderno sul mare, vicino alle rotte del rottame e del minerale, è una minaccia potenziale: può importare rottame / semiprodotti via nave; può esportare facilmente; può puntare su prodotti a più alto valore aggiunto.
Non è che i bresciani “odino Taranto o Piombino”. Semplicemente difendono il proprio distretto, i propri margini e il proprio controllo sul mercato italiano dell’acciaio.
Lo scandalo è che la politica nazionale ci casca, trattando Taranto e Piombino come problemi locali, invece che come asset strategici dell’Italia.
Purtroppo ad essere sconfitta è l’economia dell’Italia e il suo futuro industriale.
I patriotti al governo diventano traditori degli interessi nazionali.
Ma anche a sinistra ci si deve dare una mossa e presentare una proposta che preveda un forte ruolo pubblico nel rilancio dei due poli siderurgici.
D’altra parte l’esempio del MPS , al di là di eventuali aspetti giudiziari, dimostra che quando si vuole lo Stato può intervenire e salvare e rilanciare grandi aziende date per morte.
Per gli unici patriotti sono gli operai che scendono in piazza e lottano per difendere il lavoro e l’acciaio italiano.
E con loro la sindaca di Genova.
Enrico Rossi

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