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L’anatomia di una esecuzione 

La  democrazia ha smesso di essere tale, anche se continua a chiamarsi con quel nome. Non è quando chiudono i giornali o imprigionano i dissidenti , quello è l’atto finale, la formalizzazione di una morte già avvenuta. Il momento vero, quello invisibile e per questo più pericoloso, è quando si comincia a punire non la menzogna, ma la domanda. Quando il conformismo diventa un requisito professionale. Quando il silenzio viene spacciato per responsabilità. Il licenziamento di Gabriele Nunziati da parte di Agenzia Nova non è un incidente di percorso, né una questione di “opportunità editoriale”. È la cartina di tornasole di un sistema informativo europeo che ha scelto la liturgia al posto dell’inchiesta, la diplomazia al posto della verità, la protezione delle istituzioni al posto del diritto dei cittadini a sapere.

di Daniela Piesco | 6 Novembre 2025

La  democrazia ha smesso di essere tale, anche se continua a chiamarsi con quel nome. Non è quando chiudono i giornali o imprigionano i dissidenti , quello è l’atto finale, la formalizzazione di una morte già avvenuta. Il momento vero, quello invisibile e per questo più pericoloso, è quando si comincia a punire non la menzogna, ma la domanda. Quando il conformismo diventa un requisito professionale. Quando il silenzio viene spacciato per responsabilità.

Il licenziamento di Gabriele Nunziati da parte di Agenzia Nova non è un incidente di percorso, né una questione di “opportunità editoriale”. È la cartina di tornasole di un sistema informativo europeo che ha scelto la liturgia al posto dell’inchiesta, la diplomazia al posto della verità, la protezione delle istituzioni al posto del diritto dei cittadini a sapere.

Ricostruiamo i fatti con la freddezza che meritano. Nunziati pone alla portavoce della Commissione Europea una domanda elementare nella sua logica giuridica: se l’Unione Europea ritiene giusto che la Russia paghi la ricostruzione dell’Ucraina in base al principio di responsabilità per i danni bellici, lo stesso criterio dovrebbe applicarsi a Israele per Gaza?

Non è una domanda “tecnicamente sbagliata”, come ha glissato l’imbarazzata portavoce. È una domanda giuridicamente ineccepibile che mette il dito nella piaga più dolorosa del diritto internazionale contemporaneo: la sua applicazione selettiva. Il principio della responsabilità statale per illeciti internazionali, codificato dalla Commissione di Diritto Internazionale delle Nazioni Unite, non prevede eccezioni geopolitiche. O vale per tutti, o non è diritto ma arbitrio.

La risposta di Agenzia Nova?

 Licenziamento immediato.

 La motivazione? 

Il video è stato ripreso da canali Telegram filorussi e da media legati all’Islam politico. Tradotto: hai fatto una domanda talmente scomoda che persino i nemici dell’Occidente l’hanno usata per metterci in imbarazzo. Quindi il problema non è la domanda, ma il fatto che qualcuno l’abbia notata.

Qui emerge il cuore marcio del sistema. L’idea che un’agenzia di stampa debba preoccuparsi di chi riprende le sue notizie è la negazione stessa del giornalismo. Significa accettare che il contenuto dell’informazione venga giudicato non per la sua verità o rilevanza, ma per le sue conseguenze politiche. Significa trasformare i giornalisti in funzionari, in curatori del consenso istituzionale.

Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante in questa vicenda: il fatto che nessuno, tra chi ha difeso Nunziati, abbia osato dire che la sua domanda era giusta. Si è parlato di “libertà di stampa” in astratto, di “diritto a porre domande”, ma quasi nessuno ha detto: “Sì, quella domanda era legittima e la risposta dovrebbe imbarazzare l’Europa”. Anche la solidarietà, in questo caso, è stata conformista.

Perché il problema non è solo che Nunziati sia stato licenziato. Il problema è che la sua domanda resta senza risposta. E questo ci dice tutto sulla vera natura della governance europea: un sistema che ha imparato a usare il linguaggio dei diritti umani come arma retorica, applicandolo dove conviene e ignorandolo dove disturba.

Hannah Arendt scriveva che il totalitarismo non si riconosce solo dalla violenza, ma dalla pretesa di controllare il pensiero attraverso il controllo del linguaggio. Non servono torture o gulag quando si riesce a far interiorizzare l’autocensura, quando i giornalisti stessi decidono quali domande non fare per “non creare problemi”.

Agenzia Nova ha semplicemente reso esplicito ciò che è già prassi diffusa: il giornalismo europeo mainstream ha accettato l’esistenza di zone proibite al pensiero critico. Esistono domande che non si fanno, parallelismi che non si tracciano, contraddizioni che non si evidenziano.

 Non perché siano false, ma perché sono scomode.

E qui sta il genio perverso del sistema: non si nega formalmente la libertà di stampa ( ci mancherebbe, siamo in democrazia! ) semplicemente si rende economicamente e professionalmente insostenibile esercitarla. Puoi fare la domanda scomoda, certo. Ma poi resti disoccupato, emarginato, bollato come “propagandista” o “utile idiota” di questa o quella potenza ostile.

La domanda di Nunziati mette in cortocircuito l’intera architettura retorica su cui l’Occidente ha costruito la propria narrazione post-Guerra Fredda: quella di essere il custode di un “ordine basato sulle regole”. Ma quali regole? E per chi?

Il diritto internazionale, nell’epoca dell’unipolarismo statunitense prima e del multipolarismo conflittuale poi, è diventato uno strumento puramente tattico. La Corte Penale Internazionale emette mandati d’arresto contro Putin ma temporeggia su Netanyahu. Le sanzioni economiche vengono usate contro Mosca per l’Ucraina ma non contro Israele per Gaza. I principi di proporzionalità e distinzione dei civili nei conflitti armati vengono invocati in un caso e ignorati nell’altro.

Non è cinismo, è peggio: è il travestimento dell’interesse geopolitico da imperativo morale.

 E quando un giornalista osa evidenziare questa contraddizione, viene espulso. Perché la contraddizione non può essere ammessa: minerebbe l’intera costruzione ideologica.

La stampa come quarto potere o quarto ministero?

Montesquieu immaginava la stampa come contropotere, come guardiano della repubblica contro la degenerazione dei tre poteri costituzionali. Ma cosa accade quando la stampa stessa diventa ancillare al potere? Quando non solo rinuncia alla funzione critica, ma la reprime attivamente nei propri ranghi?

Il caso Nunziati dimostra che in Europa stiamo assistendo a una privatizzazione della censura. Non serve più che sia lo Stato a silenziare i giornalisti: ci pensano le agenzie, le redazioni, i direttori, tutti terrorizzati dall’idea di perdere accreditamenti, fonti, finanziamenti. Il risultato è lo stesso ( il silenzio sulle questioni scomode)  ma la responsabilità è diffusa, invisibile, non perseguibile.

E così il giornalismo si trasforma in quello che Noam Chomsky chiamava “manufacturing consent”: non si tratta di mentire apertamente, ma di selezionare cosa è notizia e cosa no, cosa è domanda legittima e cosa è provocazione, chi è fonte attendibile e chi è propagandista. Il potere non si manifesta nel dire “questo non puoi scriverlo”, ma nel far sì che nessuno pensi più di doverlo scrivere.

Eppure, proprio in questa asfissia, il gesto di Nunziati assume un valore politico straordinario. 

Perché dimostra che è ancora possibile scegliere. È ancora possibile decidere che il proprio mestiere vale più della propria carriera, che alcune domande vanno fatte anche a costo di pagarne il prezzo.

E questo ci ricorda una verità elementare: la libertà non è uno stato naturale, è una conquista quotidiana. Non ci viene data, viene strappata. E ogni volta che un giornalista rinuncia a una domanda scomoda per convenienza, ogni volta che un’agenzia sacrifica un suo collaboratore per quieto vivere, quella libertà si restringe un po’ di più.

La difesa di Nunziati non può essere solo rituale, non può limitarsi a vaghi appelli alla libertà di stampa. Deve essere concreta: boicottaggio di chi lo ha licenziato, sostegno economico e professionale a chi resiste, creazione di spazi informativi alternativi che non dipendano dai cordoni ombelicali istituzionali.

C’è una frase di Albert Camus che torna in mente: “La libertà della stampa consiste forse nel fatto che non si può imprigionare gli uomini per quello che scrivono, ma nel fatto che non si può imprigionarli nemmeno per quello che non scrivono”.

Gabriele Nunziati non è stato imprigionato, è vero. È stato solo privato del lavoro, della dignità professionale, della possibilità di continuare a fare il proprio mestiere. In una società dove il lavoro determina la sopravvivenza e l’identità sociale, questa è una forma di esilio altrettanto efficace.

Ma ogni esilio genera una diaspora. E dalla diaspora nascono nuove resistenze.

 Il licenziamento di Nunziati non chiude una questione, la apre. Ci costringe a scegliere da che parte stare: se con un giornalismo domestico che scambia la legittimazione istituzionale per credibilità, o con un giornalismo libero che accetta di pagare il prezzo della propria indipendenza.

La domanda non è se Israele debba pagare per Gaza , quella è una questione di diritto internazionale che ha già una risposta chiara.

 La domanda vera è: siamo disposti a vivere in una società dove anche solo chiedere quelle cose ti costa il lavoro?

Se la risposta è no, allora non basta solidarizzare con Nunziati.

 Bisogna essere Nunziati.

 Bisogna fare quelle domande, correre quei rischi, pagare quei prezzi. Perché la libertà di stampa, come ogni libertà, o è universale e coraggiosa, o è già morta.

E noi siamo qui per testimoniarla viva.

Daniela Piesco

Pubblicato in : Editoriale

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luca Bagatin

    6 Novembre 2025 alle 10:45

    È esattamente così.
    Ottimo articolo.
    Il Re è nudo.

    Rispondi

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