
La vicenda che ha portato allo sciopero del Sole 24 Ore viene inquadrata, giustamente, come una questione di libertà di stampa. Ma questa etichetta, seppur nobile, rischia di essere troppo comoda e di nascondere il vero, profondo vulnus: non siamo più solo di fronte a una minaccia alla libertà, ma alla costruzione metodica di un bypass della competenza.Il punto non è che Giorgia Meloni abbia preferito un’intervistatrice a lei gradita. Il punto è che lo ha fatto con il più importante quotidiano economico-finanziario italiano, un giornale il cui valore non risiede nell’accesso ai potenti, ma nella competenza specifica con cui analizza le loro scelte. L’aver scelto per la seconda volta una collaboratrice esterna, scavalcando una redazione di specialisti, non è un semplice sfregio sindacale. È un messaggio preciso: l’analisi specializzata, il contraddittorio fondato su dati, la memoria storica di una testata che segue i dossier da anni, sono elementi superflui. Anzi, forse sono di intralcio.Quello che si sta normalizzando non è solo la “libertà di scegliersi l’intervistatore”, ma un modello di informazione per compartimenti stagni. Il potere politico non nega l’accesso, lo canalizza. Alla testata generalista il titolo urlato, al telegiornale la notizia flash, al giornale economico l’intervista “strutturata” ma con un interlocutore che, per quanto professionista, non ha il bagaglio di chi quella politica economica la sminuzza ogni giorno. Il risultato non è il silenzio, ma il rumore di fondo: tante parole, zero contesto critico specializzato.Il Sole 24 Ore non è un talk show. È un presidio di conoscenza. La sua redazione non è un collettivo di opinionisti, ma di analisti. Mortificarla significa dire che le policy non hanno più bisogno di essere spiegate e comprese nella loro complessità, ma solo raccontate nella loro narrazione. È un attacco all’intelligenza del sistema-Paese, che ha bisogno di strumenti per decifrare la realtà, non di cassa di risonanza.Lo sciopero, quindi, non è solo per la libertà di stampa in astratto. È una lotta per la rilevanza della competenza. È la difesa disperata di un principio semplice e rivoluzionario: che un conto è un’intervista, un conto è un’analisi. E che un paese che vuole dirsi serio non può permettersi di confondere le due cose, perché finisce per prendere decisioni economiche al buio.La vera, insidiosa deriva non è quella di un regime che chiude i giornali, ma quella di un sistema che, lasciandoli aperti, ne svuota progressivamente l’utilità, trasformandoli da termometro della realtà a tappeto rosso per il potere. E quando il termometro smette di misurare la febbre, la malattia progredisce in silenzio. I giornalisti del Sole 24 Ore non stanno scioperando per un privilegio. Stanno suonando un campanello d’allarme per tutti noi.Il potere non ha più bisogno di chiudere le redazioni. Gli basta svuotarle. Non deve più zittire i giornalisti, basta renderli irrilevanti, bypassando la loro competenza con un circuito parallelo e compiacente. Lo sciopero del Sole 24 Ore non è quindi l’ultima trincea della libertà di stampa. È il primo, disperato allarme contro la sua obsolescenza programmata.Questa non è la solita battaglia per un diritto astratto. È la resistenza concreta contro la deriva che trasforma l’informazione in un servizio di relazione pubblica su misura per il potere. Quando un governo può scegliersi non solo le domande, ma anche chi le fa, scavalcando i custodi specializzati della conoscenza, allora non siamo più in una democrazia che discute. Siamo in un regime di narrazione.
Daniela Piesco

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