
Trump ci ha abituati ai cambi repentini di atteggiamento, quindi è sempre il caso di prendere con le pinze le sue dichiarazioni e soprattutto le sue intenzioni reali.
Ma se prendiamo per consolidati alcuni aspetti fondamentali della sua politica MAGA (l’interesse economico americano prima di tutto, la rinuncia ad una guida organica del mondo e anche del solo Occidente attraverso le istituzioni internazionali, l’istituzione di “sfere di controllo” economico, militare e politico dove Europa, Russia, Cina e India hanno le loro ma la sfera americana rimane la prevalente, e il rispetto dovuto ai leader più forti fra cui lui è il più forte di tutti), forse qualche conclusione parziale la si può trarre.
Innanzitutto, la reciproca fiducia transatlantica è compromessa; è un fatto con cui dobbiamo convivere, e l’unico dubbio è se questa compromissione sia da considerare temporanea o definitiva. Di sicuro, la relazione va ridefinita completamente: non siamo più “amici”, in quanto l’amicizia è per definizione disinteressata. Se l’aiuto reciproco prevede un prezzo economico da concordare, allora al massimo siamo soci, e questo è un tipo di rapporto completamente differente, che prevede garanzie reciproche ben specifiche. Da qui il “ReArmEU”, che serve a mettere l’Europa in condizioni di difendersi “anche” da sola se necessario. Non serve “perché la Russia ci attaccherà fra pochi mesi”, ma perché qualcuno – Russia compresa – potrebbe farlo entro dieci anni, e non è detto che l’America accorrerebbe in nostra difesa: quindi per il potere politico è semplicemente doveroso garantire la sicurezza nostra e dei nostri figli e nipoti.
L’America che decide di abdicare alla guida dell’Occidente e di concentrarsi sul dominio della propria “sfera” è comunque un’America che non vuole e/o non può isolarsi, ma che deve mantenere una superiorità geopolitica, per la quale gli serve poter proiettare e mantenere potenza intimidendo avversari e contando su soci, non più “amici ed alleati”, ma comunque affidabili per capacità e per interesse comune. Questo è fondamentale.
Questa America ha un avversario ben preciso, che è la Cina. Un avversario con cui desidera evitare uno scontro militare ma che vuole contenere a livello geostrategico attraverso strumenti politico/diplomatici e soprattutto economici. L’America di Trump infatti considera l’economia un’arma, e non ha remore ad usarla: i “dazi” sono i suoi bombardieri preferiti e le risorse minerarie i suoi obiettivi strategici. Gli altri attori sulla scena strategica, oltre ad America e Cina, vengono catalogati e definiti in base alle loro capacità prima ancora che alle loro affinità politiche o culturali; una volta inquadrati, vengono classificati come soci potenziali, clienti, fornitori, o prede da spolpare, e poi vengono affrontati con metodi che poco hanno a che vedere con la diplomazia tradizionale e molto con i modi da speculatore immobiliare abituato a intimidire, blandire e bluffare a seconda dei casi e di chi si trova davanti.
E qui veniamo al punto.
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Trump è convinto di essere particolarmente versato nel giudicare le controparti e nel concludere affari con loro. Non sta a me giudicare se questo sia vero o no. Il punto sta nel fatto che lui ha avviato la sua attuale presidenza con alcune convinzioni, e che negli ultimi sei mesi e oltre ha avuto modo di verificarle attraverso la gestione della sua particolare versione “immobiliarista” della diplomazia.
Al di là della simpatia o meno che si può provare per il personaggio, è innegabile che sia stato attivo sulla scena mondiale, e che abbia registrato risultati variabili: fra questi ci sono anche dei successi, e sarebbe infantile negarlo. È anche vero che questi successi sono stati molto inferiori alle sue aspettative: in particolare riguardo alla guerra in Ucraina.
Il mancato successo nell’imporre un arresto almeno temporaneo al conflitto in atto è un fatto eclatante a fronte delle sue dichiarazioni iniziali, e questo chiaramente lo irrita. In base alle sue convinzioni iniziali sui rapporti di forza, inizialmente attribuiva il fallimento alla “testardaggine” di Zelensky e al suo rifiuto di ammettere la sconfitta: di qui il suo comportamento oltraggioso nei confronti del Presidente ucraino e il conseguente confronto serrato con gli alleati europei di Kyiv.
Di fatto, le convinzioni iniziali di Trump sulla situazione in Ucraina appaiono essere il frutto della stessa disinformazione che vediamo in Italia attraverso quanto propagato dall’ANSA, da Orsini, da Di Battista e da Travaglio: quella originata da Mosca e che va ad accomodare preconcetti diffusi in precedenza da tesi complottistiche varie fra cui spicca quella “Antivax” di cui lo stesso Trump è caduto vittima nel 2020.
Trump è (era) uno dei tanti convinti dell’invincibilità della Russia di Putin e della inevitabilità di dover accomodare almeno in parte le sue esigenze con uno spirito “realistico”. Partendo da questa convinzione, per lui era irragionevole da parte di Zelensky – e ancor più da parte europea – voler insistere su valori astratti come la sovranità nazionale e l’integrità territoriale di un attore economicamente quasi insignificante come l’Ucraina a fronte del diritto del più forte rivendicato da un attore “quasi pari” all’America. Non parliamo poi del Diritto Internazionale che per lui è un frutto avvelenato del “Globalismo” voluto da “Neocons” e “Left-Wing Radicals” per ingabbiare l’America.
Forte di questa sua concezione basata sulla disinformazione, lui si è posto più o meno in buona fede come mediatore fra Putin e Zelensky, con un occhio ai vantaggi economici per l’America di un “deal” e con l’altro al Nobel per la Pace. Di fatto, se avesse avuto successo, avrebbe probabilmente ottenuto entrambe le cose.
In quanto mediatore, non poteva presentarsi come un sostenitore di una delle due parti come già il suo (da lui peraltro dileggiato) predecessore, e quindi ha dovuto rompere con essa. Già qui ha incontrato la prima sorpresa: gli alleati dell’America, da lui considerati soci subordinati, invece di allinearsi come avrebbero dovuto si sono schierati compatti a difesa dell’Ucraina; questo, per un narcisista conclamato, è un grave affronto. I soci subordinati ribelli vanno puniti, e la punizione ovviamente deve essere economica: di qui i recenti problemi transatlantici su cui è inutile rivangare in questa sede.
Intanto però la “mediazione” andava avanti: il mediatore infatti era l’America, e quando l’America media il mondo sta al gioco, perché si tratta del “gioco” della massima Potenza mondiale e questo nessuno lo nega. Perfino Putin è stato a quel gioco, nella speranza di dividere l’Occidente e nella certezza di guadagnare tempo. Ma naturalmente Putin ha i suoi obiettivi ben precisi, irrinunciabili in quanto pubblici e noti al mondo, e anche a lui il narcisismo non è certo estraneo; quindi, di fare passi indietro non se ne parla.
Trump ha esercitato la sua arte del “deal” con Putin, offrendogli anche ciò che non poteva (territori ucraini); ha offerto tempo, e poi ancora più tempo. Ma Putin lo ha deluso: non ha accettato il “deal”, e ha portato avanti piuttosto la sua offensiva d’estate.
La trattativa “muscolare” del “deal” ha le sue regole. Se uno dei contendenti decide di fare il duro, l’altro lo prende in seria considerazione: MOLTO seria.
Trump è stato a vedere, frustrato ma anche attento: in fondo, a differenza dei normali bevitori di disinformazione, LUI dispone dei servizi di ricognizione strategica e intelligence più potenti del mondo e di un esercito di professionisti esperti ormai in gran parte nominati da lui stesso e non più dal suo predecessore.
L’offensiva d’estate russa è fallita clamorosamente in un bagno di sangue che non ha condotto a nessun vantaggio militare, neppure a livello tattico, ma che anzi ha portato all’accerchiamento di intere Brigate russe. Incapace di ottenere successi sul campo e sottoposto ad una clamorosa offensiva aerea strategica ucraina che sta demolendo la rete petrolifera di raffinazione e distribuzione su cui si basa ciò che resta della sua economia di esportazione, Putin è passato a premere sul campo in cui tuttora eccelle, quello della guerra ibrida: ma così facendo ha prodotto un’escalation laddove Trump voleva un appeasement, e in più è arrivato vicinissimo a sfidare gli elementi militari americani ancora ben presenti nella NATO. Di fatto, Putin ha fallito la sua prova di forza, e in più ha letteralmente sputato sul piatto dell’offerta di Trump.
Dal suo punto di vista, Donald Trump ha fatto un’offerta onesta a colui che considerava un potenziale partner di affari quasi alla sua altezza; ne ha ricevuto un rifiuto secco, e per di più ha avuto modo di verificare nei fatti una debolezza che non si aspettava.
Allo stesso tempo, l’Ucraina si sta integrando in Europa, e l’Europa sta crescendo in capacità, mentre la Russia si dimostra meno capace del previsto. Un abile speculatore si sceglie i soci fra i concorrenti meno ostili e più capaci, non il contrario: quelli incapaci vanno spennati, a maggior ragione se si sono anche dimostrati irrispettosi e hanno sputato sull’offerta che gli era stata fatta.
Di qui, l’incontro sorprendentemente amichevole di New York fra Trump e Zelensky, con l’osservazione che “la Russia non è stata capace”, e che l’Ucraina “ha la capacità di recuperare i propri confini prebellici, con il sostegno della EU e della NATO”.
Orio Giorgio Stirpe

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