
La violenza va sempre condannata. Le leggi vanno rispettate. E le manifestazioni dovrebbero servire ad accendere i riflettori su un problema, non a creare disordine. Quando si rompe tutto, si tirano sassi o si fa gazzarra, si offre solo a chi governa una facile via di fuga: spostare l’attenzione sulla violenza per ignorare le ragioni della protesta. Anche per questo, “mai violenza” non è solo uno slogan, ma una necessità politica. Eppure a protestare oggi sono sempre più spesso giovani e giovanissimi. Ragazzi disorientati, lasciati soli in un sistema che sembra non avere più nulla da offrire. Le famiglie fanno ciò che possono, ma il sostegno reale dovrebbe venire dalle istituzioni. Invece lo Stato pare preoccuparsi più di conservare privilegi, distribuire incarichi, alimentare le rendite di chi già detiene potere e ricchezza. Ai giovani restano solo rabbia e frustrazione. E la scuola, che un tempo era lo strumento per emanciparsi, oggi sembra incapace di offrire futuro. Non è un caso se anche famiglie non ricche, ma determinate, oggi scelgano di investire tutto – persino ipotecare la casa – pur di garantire ai figli un’istruzione diversa, spesso privata, talvolta all’estero. Non si tratta di lusso, ma di sopravvivenza sociale. Chi può sceglie scuole dove la qualità dell’insegnamento, i percorsi formativi e gli stage offrono reali possibilità di accesso al lavoro. Ma chi resta? Chi non ha risorse economiche? Frequenta una scuola pubblica che troppo spesso non garantisce nulla. Ed è da lì che parte la protesta. Oggi per Gaza, ieri per l’ambiente, domani per altro ancora. Non è attivismo generico: è richiesta di ascolto. È bisogno di essere visti. È la denuncia di un Paese che chiede ad Hamas la restituzione di ostaggi, condanna la violenza del 7 ottobre, ma continua nel frattempo a rifornire Israele di armi. Quelle stesse armi che il giorno dopo uccideranno altri civili. Spesso bambini. Un doppio standard che grida ipocrisia. E allora chi sono davvero i complici? Forse non tanto i ragazzi che manifestano, quanto un sistema che li abbandona. La maggior parte di loro sono studenti consapevoli che li attende un futuro di precarietà. I più fortunati finiranno in call center a 300 euro al mese. Altri consegneranno pizze con i propri mezzi, spacciati per “imprenditori di sé stessi”. Nessuna tutela, nessun progetto, nessuna speranza. Così protestano. Approfittano di ogni occasione per urlare la propria presenza. Qualcuno lo fa con violenza, ed è giusto condannarlo. Ma ridurre tutto a quei pochi facinorosi è comodo e scorretto. Vuol dire ignorare la legittimità del malessere. Vuol dire voltarsi dall’altra parte quando questi ragazzi, come quelli di Gaza, chiedono semplicemente di non essere dimenticati.
Angelo Santoro

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