
Nell’Indo-Pacifico è in atto già la guerra per il dominio del ciberspazio. Una guerra combattuta con l’interferenza o il controllo del funzionamento degli apparati militari e delle armi del nemico, quello dei servizi pubblici, della informazione e della vita privata delle persone. “L’Indo-Pacifico si trova di fronte a un bivio informatico. Negli ultimi anni Pechino ha sfruttato sempre più la zona grigia del cyberspazio per testare, sondare e spingere altre nazioni come parte di una più ampia campagna per guadagnare influenza e plasmare le norme regionali e le strutture di potere. Negli ultimi anni, la RPC ha intensificato bruscamente la sua aggressione informatica in un nuovo pericoloso gioco che combina operazioni tradizionali incentrate sullo spionaggio, furto di proprietà intellettuale ed esfiltrazione di dati con nuove disinformazioni assertive, operazioni di influenza e pre-posizionamento in infrastrutture critiche”. Gli attacchi informatici della Cina aumentano durante i contrasti con le Filippine per la contesa della barriera corallina nelle isole Spratly nel Mar Cinese Meridionale o durante momenti elettorali come nelle elezioni di Taiwan nel gennaio 2024, quando aumentarono di quasi l’85% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dimostrazioni di come la Cina “utilizza le operazioni informatiche per rafforzare gli eventi nel dominio fisico”.
Il Rapporto 2025 del Center for a New American Security’s Technology
Tra il 2005 e il 2023, la Cina ha condotto o sponsorizzato almeno 247 attacchi informatici noti. Si ritiene siano collegati a Pechino vari gruppi di hacker attivi nell’Indo-Pacifico e designati APT, che realizzano cioè minacce perduranti nel tempo e dirette contro un solo obiettivo: tra di essi APT30, un gruppo che prende di mira i membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, ASEAN. Nel 2019 l’Australian Signals Directorate ha ritenuto il Ministero della Sicurezza di Stato cinese responsabile della compromissione della rete del Parlamento nazionale. L’amministrazione Biden nel luglio 2021 accusò la Cina di impiegare “hacker criminali a contratto” per le sue attività informatiche in tutto il mondo. Ancora nel ‘21 il governo neozelandese dichiarò che APT40, un altro gruppo sostenuto dalla Cina, aveva violato il Parlamento. Nel 2024 gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno sanzionato APT31 una società collegata a un gruppo di hacker sostenuto dallo stato cinese, che avrebbe preso di mira milioni di americani e britannici nel corso di molti anni di spionaggio. Alla fine dello scorso anno il governo degli Stati Uniti scoprì l’operazione “Salt Typhoon”: una infiltrazione in nove società di infrastrutture e telecomunicazioni statunitensi per registrare e geolocalizzare milioni di chiamate effettuate dagli americani. Gli hacker cinesi ottennero l’accesso alle telefonate e ai messaggi di testo di alti funzionari eletti negli Stati Uniti, tra cui il presidente Donald Trump e il vicepresidente J.D. Vance. La Cina è accusata anche di furto di proprietà intellettuale, contro il quale nell’ottobre 2023 si mosse con un warning la Five Eyes Alliance, l’alleanza di intelligence dei segnali intercettati tra Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Il Giappone non se la passa meglio. Kazutaka Nakamizo, vicedirettore del nipponico National Center of Incident Readiness and Strategy for Cybersecurity (NISC), ha descritto il modo in cui gli hacker sostenuti dalla Cina abbiano aumentato gli attacchi contro i fornitori di Internet e telecomunicazioni. In una riunione che doveva restare segreta tenutasi a Ginevra nel dicembre 2024 e di cui è trapelata a suo tempo notizia, i funzionari cinesi riconobbero il loro ruolo nell’espansione delle operazioni informatiche del loro Paese, o per dirla più schiettamente negli attacchi informatici globali. Ma la Cina agisce anche nella trasparenza. Per esempio, attraverso la Digital Silk Road, pensata e realizzata da Pechino per implementare cavi sottomarini in fibra ottica, reti 5G, comunicazioni satellitari, e piattaforme di e-commerce, sta esportando nei principali mercati emergenti infrastrutture e servizi digitali.
Sulla base di una raccolta sistematica di informazioni e alla loro elaborazione in scenari predittivi, il CNAS Center for a New American Security’s Technology ha pubblicato a giugno un Rapporto sulla regione dell’Indo-pacifico come crocevia cibernetico, tra potenzialità e pericoli. Il Centro si è avvalso delle risorse dell’Indo-Pacific Security Program per una ricerca documentale e sul campo, effettuata di persona e mediante workshop in collaborazione con il Japan Institute of International Affairs in Giappone a Tokyo, con l’Asan Institute for Policy Studies a Seoul, Corea del Sud, con la Prospect Foundation a Taipei, Taiwan, e con lo Stratbase ADR Institute for Strategic and International Studies a Manila, Filippine. Lo scopo: valutare il panorama informatico in rapida evoluzione nell’Indo-Pacifico e approfondire le principali tendenze della sicurezza informatica, le lacune politiche e le sfide per rafforzare la sicurezza informatica in un nuovo periodo pericoloso. Il Centro produce ricerche concentra su tre aree tecnologiche ad alto impatto: intelligenza artificiale, biotecnologia e scienze dell’informazione quantistica. Svolge inoltre “attività di ricerca trasversale per rafforzare la politica tecnologica degli Stati Uniti per promuovere infrastrutture ed ecosistemi digitali sicuri, resilienti e rispettosi dei diritti all’estero”. Il Rapporto analizza il coinvolgimento nel conflitto cibernetico di Cina, Stati Uniti, Giappone, Sud Corea, Taiwan e Filippine, i protagonisti dell’attuale confronto nell’area.
La nuova difesa americana
Dal 2018 il Cyber Command degli Stati Uniti ha aggiornato la sua strategia riconoscendo l’insufficienza delle difese informatiche tradizionali nel controllo delle operazioni nemiche e soprattutto nella difesa di informazioni sensibili troppo spesso predate da antagonisti statali. Defend Forward è il nuovo approccio che attua operazioni tese a eliminare le minacce alla fonte, in collaborazione con altri Paesi aggrediti. Il generale Timothy Haugh Comandante dello United States Cyber Command, direttore della National Security Agency e capo del Central Security Service dal 2024 al 2025, e da qualche mese in pensione, ha dichiarato che squadre della Cyber National Mission Force sono state dispiegate 22 volte in 17 paesi in tutto il mondo per condurre analisi forensi congiunte delle reti a rischio nei Paesi che facciano richiesta del loro intervento, cercando minacce informatiche e prove di penetrazione. Questo tipo di intervento ha dimostrato la sua efficacia in Ucraina: non solo protegge le reti dei partner ma fornisce informazioni critiche sulle tattiche e le tecnologie degli avversari. Gli attacchi informatici della Cina vanno dal furto di proprietà intellettuale, allo spionaggio, alla intimidazione, alle operazioni di influenza, fino al preposizionamento in infrastrutture critiche, sottolinea il Rapporto: “Queste operazioni riflettono un preoccupante cambiamento nella posizione informatica della RPC, passando da un focus tradizionale sull’espionaggio e l’esfiltrazione dei dati al preposizionamento in infrastrutture critiche in tutta l’Indo-Pacifico per fare leva in un futuro conflitto”. Quest’ultimo è il traguardo più recente e allarmante raggiunto dai cinesi: il preposizionamento significa pianificare e organizzare preventivamente risorse, materiali e personale in luoghi strategici, per “interrompere i servizi pubblici chiave, seminare il caos e impedire la mobilitazione dell’avversario in un potenziale conflitto futuro”. Oggi lo scopo principale della nuova difesa americana nella guerra cibernetica è impedire quel preposizionamento che potrebbe in concreto significare per es. la penetrazione nelle reti dei porti e delle reti elettriche degli Stati Uniti con la conseguenza di ostacolare o rendere impossibile la mobilitazione militare nel caso di una crisi che coinvolga Taiwan. Ciò non basta. Il Centro per la nuova sicurezza tecnologica nazionale americana ritiene indispensabile lanciare uno scudo cibernetico per gli alleati del trattato indo-pacifico, Espandere lo sviluppo di capacità da parte dei cinque comandi componenti nell’area indo-pacifica di responsabilità con alleati e partner regionali, Chiarire i quadri giuridici e politici per consentire la diffusione delle operazioni di partenariato cibernetico difensivo nell’Indo-Pacifico, perseguire una strategia unificata mediante il rafforzamento dell’Ufficio per il Cyberspazio e della Politica Digitale del Dipartimento di Stato, incoraggiare la partecipazione del Giappone al secondo pilastro dell’AUKUS, il partenariato di sicurezza tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti per la libertà, la sicurezza e la stabilità dell’Indo-Pacifico.
La situazione nell’Indo-Pacifico
Nella regione dell’Indo-Pacifico vive metà della popolazione mondiale, la sua economia rappresenta il 40% del prodotto interno lordo globale e quasi il 30% del commercio globale di beni e servizi, e “continua a digitalizzarsi più velocemente di qualsiasi altra, con miliardi di persone, dispositivi e aziende che si connettono online per la prima volta” realizzando un primato per il momento ineguagliabile nella connettività digitale tra persone e aziende. I ricercatori ritengono verosimile che entro il 2030, l’economia digitale del Sud-Est asiatico potrebbe raggiungere il trilione di dollari di valore lordo delle merci e che da sola, e prima di quella data, l’economia digitale indiana potrebbe raggiungere la stessa cifra. Ma i protagonisti di questo intenso sviluppo cominciano a risentire della insicurezza informatica che gli costa già più di 300 miliardi di dollari all’anno e la perdita, anche se non completa, di investimenti dall’Estero, di trasferimenti di tecnologia militare, e della condivisione dell’intelligence. La penetrabilità delle loro infrastrutture critiche da parte degli attacchi informatici di Cina e Corea del Nord, rischia di renderli vittime e allo stesso tempo complici inerti dello spionaggio contro le democrazie indo-pacifiche. Negli ultimi anni la Cina è impegnata anche sul fronte della normativa informatica vigente nella regione che cerca di plasmare, come sta avvenendo per es. nell’ASEAN Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, alla quale i cinesi vorrebbero attribuire un impegno di reciproca difesa. Il 46° Vertice ASEAN, a Kuala Lumpur sotto la presidenza della Malaysia, ha mostrato il momento di debolezza istituzionale dell’organizzazione che potrebbe favorire i disegni cinesi. In quel contesto il Primo ministro malese Anwar Ibrahim ha cercato di riaffermare il posizionamento della Malaysia nel Mar Cinese Meridionale senza aggressività ma adottando una strategia di contenimento delle pretese della Cina favorita, però, proprio dalla crisi del principio di non interferenza che mostra tutta la sua fragilità all’interno dell’ASEAN, spingendo verso una unità quantomeno di intenti che difficilmente potrà essere una unità che non si conformi alle regole del più forte. Quanto sia instabile l’equilibrio nella regione lo mostra anche il rischioso avvicinamento delle Filippine a Taiwan. Nei giorni scorsi la Cina ha riservato parole a dir poco irritate per la dichiarazione del Segretario alla Difesa delle Filippine Gilbert Teodoro che in un’intervista del 10 luglio ha affermato che “qualsiasi proiezione di forza della Cina nella nostra area è motivo di estrema preoccupazione” e che quindi “il destino delle Filippine e della regione di Taiwan è sempre più intrecciato”, aggiungendo che, in risposta ai cambiamenti nel Mar Cinese Meridionale, le Filippine hanno il diritto di negoziare con Taiwan, anche se ciò potrebbe irritare la Cina. Forse per questo clima arroventato molte nazioni indo-pacifiche considerano gli attacchi informatici tradizionali contro le infrastrutture civili come separati dalle operazioni militari convenzionali, e dalla competitività economica, mentre invece Pechino utilizza le operazioni informatiche “per promuovere obiettivi nel mondo reale”, dall’aumento della pressione diplomatica, all’indebolimento delle democrazie straniere o al furto di preziosi segreti commerciali e tecnologia. Oltre il Grande Firewall di Pechino che controlla l’ecosistema dell’informazione nazionale, il Rapporto indica attacchi DDoS su larga scala per impedire il servizio delle app preferite dagli attivisti pro-democrazia a Hong Kong, come Telegram e FireChat, imputabili alla Cina. Gli hacker che essa finanzia e sostiene in vario modo avrebbero utilizzato malware e phishing contro l’etnica degli Uiguri, contro il Dalai Lama e contro il parlamento tibetano. I-Soon, una società privata cinese di sicurezza informatica, ha affermato di aver preso di mira e monitorato le minoranze etniche, le università straniere e i governi dell’Indo-Pacifico. Nei documenti trapelati il Ministero cinese della Sicurezza di Stato, il Ministero della Pubblica Sicurezza e l’Esercito Popolare di Liberazione sono presenti tra i maggiori clienti dell’azienda.
Sui percorsi digitali della Via della Seta la Cina ha ottenuto da Vietnam, Myanmar e Indonesia la sottoscrizione di protocolli d’intesa che allineano quei Paesi agli standard tecnici imposti dalle aziende cinesi, compiendo una profonda intrusione dei loro domini digitali. È anche in questo modo che “l’infrastruttura digitale cinese sotto forma di reti 5G e cavi sottomarini costruiti da Huawei espande la leva economica e politica della Cina, insieme alla sua capacità di raccogliere dati sensibili”. Aumenta perciò la preoccupazione che la diffusione delle piattaforme tecnologiche collegate alla Cina, come TikTok, costituisca una minaccia alla sicurezza dei dati e strumento per operazioni di influenza. Più difficili da contrastare anche perché, secondo il Rapporto del CNAS, “meno comprese dall’opinione pubblica” sono i tentativi della Cina di plasmare la governance informatica globale e gli organismi che ne stabiliscono gli standard, in modo che si allineino con la visione di Pechino della “sovranità informatica” esposta dieci anni fa dal segretario generale del PCC Xi Jinping alla Conferenza mondiale su Internet e sintetizzabile secondo le sue parole nel “rispettare il diritto di ogni paese di scegliere il proprio percorso di sviluppo di Internet, il proprio modello di gestione di Internet e le proprie politiche pubbliche su Internet”. Insomma una legittimazione del controllo governativo su Internet, e in prospettiva su diverse reti Internet nazionali.
Claudio Rocco
(da “Avanti Online”)

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